Cambiamenti climatici: il valore dell'acqua

Solo se gli rimarrà acqua da bere l’uomo sopravviverà!

Ma solo se saprà procurarsi, salvaguardare e conservarne la qualità, dell’acqua potabile e potabilizzabile ancora almeno per ora, abbondantemente disponibile.
Clima, clima mondiale, clima locale, microclima, clima sociale, clima economico, clima meteorologico, etc.
Di quale clima si parla dunque e qual è il vero problema italiano?

Si parla di clima ma di quale clima? Quello globale. Ma è interessante per l’umanità parlarne, discuterne esclusivamente in questa accezione? Il clima è definito dalla disponibilità di umidità e luce!
Esistono molte altre accezioni al termine nel normale, comune, utilizzo: clima locale, microclima, clima sociale. Sì, perché ogni società vive in un territorio definito, creando un ambiente differente a lei consono; differente quanto differente ne è la geografia fisica.
Ha dunque senso discutere d’interventi comuni e ritenerli ugualmente efficaci parlando di enormi estensioni continentali, di pianure e contemporaneamente di aree montagnose e vallive, insulari o peninsulari o decisamente montagnose o di aree ad elevata concentrazione antropica e industriale a confronto di immense aree semi disabitate?
Forse solo perché un unico parametro è controllabile mediante un’azione politica e sociale comune: l’emissione di CO2, l’anidride carbonica o biossido di carbonio nell'atmosfera a causa delle attività antropiche.
Le società sono connesse, connaturate al loro territorio e dunque al clima e microclima locale. Le conseguenze dei cambiamenti influiscono ai fini della vita ordinaria dei loro componenti e sulla loro stessa sostenibilità.
In effetti l’unica accezione che viene veramente considerata nelle discussioni è quella di clima meteorologico perché i suoi effetti sono accomunanti: nelle manifestazioni, negli effetti e nella percezione popolare.
Le altre risultano meno fascinose, meno accattivanti, meno interessanti, meno unitarie, meno popolari.
Frane, smottamenti, alluvioni devastanti, hanno effetti simili ma differenti in aree fisicamente differenti e costituiscono sempre "emergenze localizzate". O come tali sono purtroppo intese e presentate…
La causa è comunque e globalmente sempre la stessa: poca attenzione e cattiva gestione dei territori, dei fiumi, dei boschi delle strade, dei fossi, la progressiva scomparsa di terreni liberi da costruzioni, la cementificazione selvaggia ed abusiva.
Il mutamento climatico globale genera mutamenti climatici locali ed i loro effetti hanno conseguenze sul clima sociale.
Non è possibile che non sia così perché le società si evolvono in funzione di quegli stessi territori che utilizzano e ne godono ma anche ne subiscono i cambiamenti. Una società benestante cioè in equilibrio tra territorio disponibile, risorse e popolazione, sarà maggiormente in sintonia col suo ambiente di vita che risulterà migliore e meglio gestito.
Di conseguenza tutti gli effetti sociali, la solidarietà, l’aggressività, il rispetto delle regole del vivere civile e dell’altrui libertà, saranno maggiormente garantiti e viceversa, in senso opulento o miserrimo.
È lecito dunque e possibile, discutere di clima sociale, di clima economico, di clima culturale, clima morale, riferendosi a una specifica società, spazialmente e temporalmente definita. Si tratta di climi, e tutti soggetti a cambiamento, tutti influenzantesi reciprocamente.
È una questione di ecologia: la scienza cumulativa che studia gli equilibri. Gli effetti sui parametri, attivi e interattivi, dell’equilibrio che si ingenera e si instaura. Poi sulla somma degli equilibri: quando questi stessi divengono a loro volta, parametri attivi di un determinato e ben definito sistema oggetto di studio.
Il cambiamento climatico avanza, inesorabile! È un fenomeno geologico irreversibile, almeno in tempi umani, non geologici. Un fenomeno naturale di portata globale.
L’uomo, inteso come comunità umana contribuisce fortemente all'accelerazione dei suoi effetti manifesti e oggi prende coscienza di farlo a scapito del suo stesso benessere immediato.
Neppure in questo l’umanità può considerarsi al di sopra e al di fuori della natura. Anche questa sua tendenza suicida appartiene alla categoria dei fenomeni naturali.
La natura opera con gli stessi metodi per tutte le sue creature viventi: dove c’è abbondanza di cibo o possibilità di produrlo o trovarne, le specie animali prosperano e si accentrano. Con l’aumento del benessere aumenta la loro popolazione che si concentra nelle aree dove questo risulta possibile.
In quest’ottica sono spiegabili i fenomeni di crescita demografica prima e di inurbamento massivo delle popolazioni umane poi. Le città crescono a dismisura perché offrono un maggior benessere o almeno la sua positiva percezione.
Con l’aumento della popolazione che insiste sulle fonti del cibo e dell’agio di un territorio limitato, si raggiunge un punto di equilibrio che risulta sostenibile per un periodo di tempo, anch'esso limitato, dopodiché la natura stessa interviene mettendo in opera meccanismi di specie tendenti a ripristinare quello stesso equilibrio positivo che si è alterato: quello che richiede il minimo dispendio di energia per controllarlo e mantenerlo.
Allora, iniziano a manifestarsi, nelle comunità animali, fenomeni intesi a ridurne il numero. Fenomeni di infertilità sempre più diffusa, fenomeni sociali devianti; sessualmente e moralmente, intendendo per morale solo quella finalizzata al mantenimento della comunità prospera e sana: una morale esclusivamente naturale non imposta dalla consuetudine o dal potere o dalla tradizione. Aumenta l’aggressività. Iniziano percorsi di difesa del territorio contro l’accrescimento tendenziale della popolazione. La difesa delle condizioni di agiatezza si modifica da comunitaria in singolare e la violenza raggiunge livelli elevati.
Infertilità e comportamenti sessuali devianti e non riproduttivi, utilizzo di droghe, di svaghi e di sistemi che isolano l’uomo dal gruppo e dai suoi bisogni, riduzione del sentimento solidale, aggressività ingiustificata e violenza urbana, contrasto all'integrazione sociale, sovranismo e nazionalismo, ritorno del campanilismo e infine il più efficace dei metodi: la guerra!
Nulla di tutto ciò che attualmente è obiettivamente riscontrabile nelle comunità umane sfugge al vincolante imperativo della natura riguardo i meccanismi di specie.
Funziona così per gli insetti, funziona così per i topi e per le specie vegetali. L’obiettivo della natura è equilibrare il numero eccessivo di individui e delle specie presenti in un determinato luogo, territorio, ambiente, per garantire a tutti le migliori possibilità di vita. Equilibrio sostenibile! Ed è veloce a realizzare i suoi obiettivi.
È un fatto che le condizioni di benessere non sono universali né egualitarie ma sono concentrate nell'area più storicamente egemone, definita Occidente e ora, in questo momento storico, nel continente asiatico dove le concentrazioni di persone sono maggiori, la ricchezza possibile è superiore, ancora in crescita e dunque attrattiva.
Cina, India, e stati asiatici che sono stati oggetto del recente, rapido incremento di risorse e relative modificazioni sociali, non sono già più, già ora in grado di sostenere il volume demografico che li caratterizza trovandosi in netto disequilibrio. L’occidente europeo ricco e opulento soffre, al contrario, di un calo demografico il quale garantisce un eccessivamente elevato tenore di vita ma tende anche a sollecitarne la protezione, scontrandosi con l‘altrettanto ovvia realtà che essa diventi l’obiettivo di migrazioni in entrata, attirate da questa superiore, relativa, possibilità di benessere.
Appare ancora ovvio o quantomeno comprensibile se non giustificabile, che l’America del nord avendo a disposizione spazi e risorse e tecnologia maggiori in rapporto alla popolazione, si dissoci dalla comune preoccupazione, arroccandosi.
L’uomo non ha protezioni contro le radiazioni cosmiche come molti insetti e pesci, che però non sono altrettanto protetti dall'inquinamento antropogenico, non ha la grande capacità e velocità riproduttiva e sostitutiva dei topi, ma non è totalmente disarmato contro le variazioni ambientali.
L’uomo è stato dotato dalla natura di tre armi potentissime per la propria sopravvivenza: l’adattabilità fisica è la prima. Diversamente da quello di cui molti si illudono, l’uomo (specie) non è affatto un animale “evoluto” cioè specializzato ma per sua fortuna è ancora adattabile ad ogni variazione di ambiente e di condizioni.
L’inquinamento di origine antropogenica ha ormai raggiunto livelli invasivi e incontrollabili. Il numero di variabili introdotte artificialmente nell'elenco delle già ampie possibilità casuali di mutazione della specie è talmente elevato che diviene impossibile prevederne lo sviluppo.
La natura interverrà, come sempre, a modo suo: le sempre nuove malattie permetteranno una selezione della specie in funzione di questa adattabilità. In poche lapidarie parole: chi non si adatta muore e viceversa.
La seconda arma dell’uomo, quella che gli permetterà di sopravvivere è la fantasia, la possibilità di pensare a sé stesso in rapporto al mondo fisico che lo circonda ed in cui deve vivere e la capacità di immaginare e attuare soluzioni innovative.
La terza arma a sua disposizione, corollario della seconda, è la tecnologia. Grazie a queste tre capacità, in ogni modo, la specie umana avrà possibilità di sopravvivere anche al cambiamento climatico, inarrestabile, ed ai suoi effetti. Tuttavia, è troppo facile profezia ritenere che il prezzo da pagare sarà altissimo e comporterà una decisiva riduzione nel numero di individui che si localizzeranno e riorganizzeranno diversamente, in funzione delle nuove situazioni climatiche che verranno ad instaurarsi localmente.
È già successo! Nulla che avvenga oggi non è già accaduto in modo similare in passato e il passato della terra è molto lungo. Una volta c’erano i dinosauri, in un mondo caratterizzato dagli alberi giganteschi, da un elevato livello di umidità e di anidride carbonica atmosferica. Alberi giganteschi e animali adattati che per nutrirsi di loro dovevano avere dimensioni gigantesche.
Il cambiamento geologico aumentò la massa terrestre solidificata, di tipo calcareo, sottraendo il biossido di carbonio dall'aria; si ridusse l’umidità. Le grandi piante morirono e con loro i grandi animali che se ne nutrivano. Un asteroide cadde sulla terra e diede il colpo di grazia a questo ambiente.
Sopravvisse ed ebbe successo sostitutivo una mutazione vegetale fino ad allora di secondo piano: l’erba, caratterizzata da un più rapido sviluppo, maggiore efficienza tecnologica, minori necessità e più breve ciclo vitale. L’anidride carbonica rilasciata dalla respirazione cellulare tornò a crescere fornendole alimento.
Il clima si riscaldò, il mondo rovente fu riempito di erba secca e alberi morti o morenti; l’erba secca bruciando assieme ai resti delle foreste giganti riempì il cielo di fumo, oscurandolo e riducendo la temperatura a terra.
Il clima cambiò nuovamente. La piccola erba trionfò e con lei i piccoli animali che se ne nutrivano.
Ce la fecero anche gli alberi di minori dimensioni. I dinosauri non scomparvero: sopravvissero ma modificandosi e adattandosi, rimpicciolendo.
L’umanità odierna vive le sue naturali, inevitabili contraddizioni tra storia, tradizione, tecnologia ed evoluzione.
L’umanità si accusa, giustamente, di produrre cambiamenti negativi al proprio ambiente di vita e di accelerare il previsto, naturale, innalzamento delle temperature globali per aver incrementato l’immissione di Biossido di Carbonio in atmosfera, contribuendo, non tanto alla sua determinazione quanto alla sua accelerazione e soprattutto, all'accelerazione delle sue ricadute, negative, sull'ambiente utilizzato dall'uomo: un ambiente di vita che è sempre più concentrato. Tutto questo, accade proprio ora e proprio durante il nostro periodo di vita.
Giustamente, la comunità più colta e sensibile e capace, si adopera per ridurre questo impatto.
È un grave problema per l’umanità ma è un falso problema per la specie umana.
In effetti l’uomo, specie, ha solo bisogno di guadagnare tempo: tempo per adattarsi e modificarsi e mantenere il proprio ambiente, locale, di vita, idoneo. Non bastano cinquanta o cento anni per affrontare questi cambiamenti ma bastano a complicarsi la vita se non se ne cambia lo stile.
Nessuno potrà spegnere o ridurre l’immissione di anidride carbonica derivante dalle oltre 450 miniere di carbone che bruciano e bruceranno per secoli nel sottosuolo cinese, immissione di certa, incontrollabile e per questo sottaciuta, origine antropica. Non c’è male in questo: inutile preoccuparsi di quanto non si può controllare ma occorre prenderne atto.
Di fatto la misera cinquantina di città che presto costituiranno oltre il cinquanta per cento dell’ambiente di vita umano è diventata e diventerà sempre di più il centro dell’azione, naturale e antropica: il nucleo del cambiamento in atto. Il resto del mondo sarà riservato alle possibilità alternative.
Il vero problema è l’acqua: occorre mantenere il controllo della disponibilità e qualità dell’acqua dolce, potabile o potabilizzabile, vera fonte indispensabile di vita.
Il cambiamento climatico in atto, con o senza l’aiuto dell’uomo, è veloce, troppo veloce negli effetti su scala umana per contrastarlo efficacemente e intendo adattarcisi in modo efficace: adattare le necessità, le esigenze, le priorità e il fisico.
Migliorare ciascuno il proprio ambiente di vita la propria qualità di vita attuale, adattare il proprio stile di vita è il minimo che possiamo fare, ciascuno di noi. Tutti insieme. Ma l’acqua rimane il vero problema!
La quantità di acqua dolce disponibile sulla terra non supera il 3% di tutta l’acqua esistente. È quasi tutta concentrata nei ghiacci perenni. Solo l’1% di questa è disponibile per l’uomo e il suo apporto e ricambio deriva direttamente dall'evaporazione di quella marina.
Se i ghiacciai si scioglieranno l’acqua disponibile si ridurrà, mescolandosi a quella marina. Una perdita secca e insostituibile! Solo la tecnologia può aiutare.
Senza acqua potabile, l’uomo oltre le specie animali e vegetali che da essa dipendono, non sopravvivono.
L’erba è più efficiente e parsimoniosa nel suo utilizzo ma noi siamo l’uomo. Un mondo d’erba e topi senza l’uomo o con solo pochi uomini non è una prospettiva piacevole ma tutt'altro che imprevedibile.
Se l’acqua esistente potrà sostenere un miliardo di uomini, ebbene, a questo si ridurrà la specie umana e potete contarci, combatteranno tutti, all'estremo, per arrivare all'obiettivo ed esserci.
L’acqua esistente è contaminata, inquinata dalle consapevoli ma scellerate attività antropiche in modo pressoché irreversibile. Mi chiedo se questa scelleratezza non faccia parte anch'essa dei meccanismi naturali di riduzione e contenimento della specie.
L’evoluzione prosegue per la presenza ed il successo di variabili genetiche adattabili.
Le variabili contro le quali la genetica dell’uomo dovrà confrontarsi sono aumentate a dismisura e neppure la natura ne ha esperienza. La farà! Lei e noi. I nostri figli, nipoti e pronipoti e i loro, forse, solo forse, ci saremo: avremo vinto il premio della lotteria, avremo il sangue diverso, ossa diverse, forme diverse, differenti cicli vitali. Fantascienza catastrofica? Tutt'altro: facile profezia.
L’acqua è vita, l’acqua è ricchezza, l’acqua è indispensabile, l’acqua è preziosa: tutto il resto è superabile.
Se riuscirà almeno a mantenere, se non ad incrementare, la disponibilità di acqua potabile, con meno varianti possibile rispetto quella naturale che ci ha alimentato e ci alimenta anche ora, l’uomo, la specie, sopravviverà certamente e più a lungo.
In estrema sintesi: Il problema climatico esiste ed è grave. La componente antropica con la produzione industriale concentrata e con l’agricoltura e allevamento intensivi ne sono una componente significativa. Tuttavia, parlare di clima ha un senso solo a livello mondiale. L’utilizzo improprio del termine cumulativo è un errore, il livello è troppo ampio per essere concretamente efficace; eppure bisogna farlo, continuamente, per tenere sul tappeto delle priorità politiche il tema. Si parla di umanità, di salvaguardia della specie umana e del suo tenore e qualità di vita.
Parlare di politiche e interventi comuni ed ugualitari tra paesi a geomorfologia totalmente differente è altrettanto insensato e improduttivo. L’approccio scientifico alla base dei possibili interventi di contenimento non può limitarsi a sciorinare liste di numeri, dati e statistiche, quando questi non sono contestualizzati: tempo e spazio ben definiti.
Per noi dunque, in Italia, io credo che il problema vero non sia CO2, per altro l’unico parametro che permette una possibilità di azione comune tra realtà differenti. Non mi pare in ogni caso siamo ai primi posti dell’intervento pubblico per contenere l’emissione. Il problema, quello vero e sostanziale è l’acqua.
L’acqua minerale, in bottiglia di plastica per quanto riciclabile, se ben raccolta e separata (PET) di cui siamo tra i primi produttori mondiali. Ma l’acqua, quella cosiddetta minerale, non è acqua semplicemente potabile secondo i parametri della legge, è una bibita, con destinazione differente secondo età e fabbisogno minerale. Non la stessa per tutti e non sempre. Di questo si ha coscienza? Perché la bevi? Perché non ti fidi dei sistemi di approvvigionamento pubblici, dell’agricoltura consapevole ed i nitrati, derivanti dall'uso indiscriminato dei fertilizzanti, la fanno da padrone. C’è di peggio!
L’acqua irrigua e la sua contaminazione dalle diffusissime discariche di rifiuti, scelta questa stranamente (?) mai osteggiata rispetto a quella del loro completo, totale e definitivo, utilizzo. Il problema delle discariche mal progettate, mal costruite e criminalmente mal gestite, non può essere ridotto a mera cronaca giornalistica come pare essere ora.
Il dissesto idrogeologico lo paghiamo a caro prezzo ogni giorno dell’anno.
La qualità dell’acqua, la sua completa gestione e il suo corretto utilizzo, sono un grave problema pubblico.
Un bisogno primario e fondamentale, primario e sostanziale ma a parità di costi e investimenti necessari, quelli che ne sosterrebbero il risultato e la comune ricaduta positiva, essi sono relegati alla gestione dell’emergenza. Gestioni abbandonate all'incuria e all'improvvisazione, alla corruzione ed al degrado, in balia della più becera trascuratezza. È l’investimento, quello pubblicitario, che da solo sostiene i consumi industriali e purtroppo altrettanto sostiene la discussione, generica quanto improduttiva sul clima, a favore dell’economia dell’emergenza.
Stessa acqua, differente marchio, minor pubblicità e differenti prezzi, e per il clima, scaricabarile sulla comunità Europea e mondiale e ci teniamo il dissesto emergenziale e l’acqua inquinata.
La gente consuma e si rende disponibile per quello che conosce meglio cioè quello che costa di più. Per gli stessi motivi, parla del clima come le viene prospettato, piena di preoccupazione e attenzione globale, di promesse e di speranze, di teorico coinvolgimento personale per la salvaguardia dell’intero pianeta e per merito dell’azione comune dell’intera umanità. Tutti assieme, con i nostri comportamenti virtuosi, salveremo il pianeta! Gratificante.
È tanto improbabile quanto inefficace ma pubblicizzato capillarmente lo slogan, perché di questo si tratta, viene percepito maggiormente: perché costa, coinvolge direttamente nei costi e dunque gratifica di più mentre il rischio idrogeologico, dovuto all'incuria e alla sottovalutazione, sprovvisto di investimenti e mantenuto in un regime pubblicitario di emergenza costante, al grido “lo stato ci abbandona, lo stato deve intervenire” “noi cittadini siamo impotenti” (?) produce danni e peggiora ogni giorno la situazione esistente. Assurda delega di responsabilità che non ci vogliamo assumere.
Nel paese Italia quantomeno, l’acqua e il rischio idrogeologico sono il problema primario afferente al clima, cui segue e diviene localmente prioritaria, la mobilità cittadina, quella pubblica, completamente inefficace. Ma queste ultime situazioni riguardano solo il clima o microclima locale e sociale delle stesse città. Sarà il problema del futuro sarà il problema del 50% dell’umanità… forse.

PS. I miei testi sono disponibili e utilizzabili da chiunque ma non come quel giornalista che di un articolo, copiato integralmente, ha fatto un editoriale assumendolo anche a curricolo. Un minimo di rispetto si richiede.
Antonio Balzani