Anarchia, filosofia della libertà non violenta

 

Gli Stati e il controllo della società umana. I nemici, i valori, la burocrazia il privilegio. La disobbedienza civile. Il concetto di libertà.
Un'analisi dell'evoluzione delle società e del loro rapporto con la naturalità dell'essere umano. 

Come in un grande orologio, l’umanità, l’uomo e le sue azioni corrispondono alla rotellina, piccola e dal movimento veloce che fa avanzare la lancetta dei secondi ma è quella più grande, più lenta, che fa muovere la lancetta delle ore e definisce la storia nel tempo umano in reazione al movimento frenetico dell’altra.
Un orologio può anche non mostrare il passaggio dei secondi, dimenticarli o ignorarli ma essi passano, scorrono, uno dopo l’altro. 
Nel più grande quadrante della storia complessiva è sufficiente e basta la lancetta dei giorni, in sintonia col movimento del sole. 
Non si chiamerà più orologio allora, per l’uomo almeno, ma calendario, come se a cambiar nome si cambiasse la sostanza. 
Neppure di quello poi c’è bisogno per segnare la storia della natura per la quale basta il semplice movimento universale. 
Natura di cui l’umanità rappresenta solo una piccola, minuscola ma non insignificante rotellina. Il tempo e lo spazio si correlano e si modificano, si evolvono ignari e pur comprensivi della piccola rotellina che dimostra la vita umana.
E di vita umana ci troviamo a discutere. Non fosse altro perché l’uomo è un animale e dunque è avido, cerca sempre cibo e ne mangia quando lo trova più che gli sia possibile, senza pensare al futuro quando questo è più lontano dell’area di espansione dell’odore di nuovo cibo disponibile.
Nella natura animale dell’uomo c’è che i problemi vanno affrontati man mano che si presentano.
La natura è anarchica, accetta padroni ma non sopporta imposizioni; non è violenta ma potente, si sottopone alle regole ma non le accetta se non le convengono; quando agisce, la sua ribellione è rapida, istantanea e catastrofica, le conseguenze globali.
Lo sviluppo nel lungo periodo degli eventi naturali è imprevedibile, variabile ma in ogni caso ciclico. Nulla di ciò che è stato in passato va perduto ma viene di continuo rielaborato, adeguato, adattato alle nuove situazioni. 
L’uomo è parte della natura e non può che sottostare alle stesse regole: si sottopone ma non accetta, salvo trarne vantaggio nel breve periodo. 
Così anche l’equilibrio delle istituzioni fittizie, quello tra servitori e padroni sempre coesistenti o meglio tra sovrani, potenti, governanti e relativi sudditi, cittadini, servitori, cioè la storia, è destinato per le leggi della natura a cambiare periodicamente. 
Tale è l’uomo.
La naturale attitudine alla socializzazione umana necessita di una filosofia di servizio alla comunità. 
Una filosofia che richiede all'individuo non altro che la rinuncia, consapevole e consenziente, ad una parte della propria intera libertà. Lo farà nell'interesse comune. 
Una filosofia che mantiene al centro l’individuo e non accetta il conformismo necessario all'esercizio del potere. Lo farà solo nell'interesse comune e condivisibile.
E’ l’anarchia, il meccanismo naturale dell’evoluzione.
La libertà è connaturata all'essere umano, un bene che deve essere semplicemente riconosciuto ed apprezzato come tale, da ogni individuo.
Da Gesù di Nazaret a Ghandi e tra loro e prima di loro, nel tempo, un folto gruppo di filosofi e pensatori hanno costantemente messo in evidenza come la libertà sia fondamentale, irrinunciabile e connaturata all'essere umano. 
Nessuno di loro che pur si sono schierati sempre, apertamente, contro il potere esercitato mediante l’asservimento e l’oppressione degli altri, ha mai sostenuto che la violenza fosse il mezzo per conquistare o riconquistare la libertà perché essa non può essere persa, né conquistata né riconquistata ma solo riconosciuta, apprezzata e difesa.
Non serve la violenza per conquistare e neppure per difendere la libertà. Occorre solo riconoscerla e riaffermarla.
Occorre semplicemente il suo riconoscimento e di conseguenza il suo rispetto che si ottiene, mantiene e difende, semplicemente con l’arma potente del rifiuto e della rinuncia.
Tra gli altri, in tempi moderni molti scrittori famosi lo hanno professato: anche Thoreau, Tolstoj, Tucker, Landauer fra i tanti noti sostenitori dell’anarchismo. 
Rifiuto del conformismo, rifiuto dell’oppressione subita ed esercitata, rifiuto di cedere alle finte, fallaci facilitazioni nella vita quotidiana, agli agi e privilegi proposti ed imposti dal potere e dalla società da esso configurata.
Ecco come e perché nascono gli stati ed ecco come opprimono la libertà individuale. 
Uno Stato sovrano: una tirannia di pochi che delegano ad una platea sempre più grande di persone ruoli e responsabilità in suo nome, persone che accettano di farne parte, di acquisire un potere di oppressione nei confronti di quelli che invece non lo accettano o ne prendono le distanze.
C’è una grande differenza, un solco, un vero burrone tra il concetto di comunità e quello di Stato; tra il senso di appartenenza a una Comunità o ad uno Stato, una patria, una religione, una setta, una specie, una razza, un circolo, etc. 
Il riconoscimento della propria individualità e della propria libertà corrisponde necessariamente al riconoscimento di quella altrui. 
La rinuncia consapevole, da parte di tutti, ad una parte di quella libertà naturale non va, né deve andare, a scapito della individualità e della singolarità degli interessi e delle scelte personali. 
Libertà è la possibilità di scegliere, di condividere, di rinunciare, rispettando e mantenendo il rispetto da parte degli altri.
L’anarchia non è una filosofia violenta ma è una forza esplosiva nei confronti dell’oppressione, della tirannia, del potere dei potenti. E’ libertà di pensiero: il nemico giurato di ogni burocrazia e purtroppo la definizione è spesso usata come etichetta di comportamenti violenti, insurrezionali. 
Gli stati si fondano sul gioco sottile ed invasivo della burocrazia e delle bustarelle, gratificante per molti, percepito come soddisfazione dai piccoli burocrati autorizzati ad intralciare, senza alcun motivo concreto od osservazione costruttiva e senza mai assumersi la responsabilità diretta delle scelte, l’azione degli altri, agevolando invece quella dei sodali. Tutto in cambio di una partecipazione agli utili, ai vantaggi.
Essere, fare il burocrate è un’attività gratificante per la semplice possibilità, data a costoro, di opprimere e limitare arbitrariamente la libertà degli altri. 
Il poter esercitare un pezzetto di potere, esibirlo, ostentarlo e vantarsene, impedisce a costoro di vedere e comprendere e scegliere ciò a cui rinunciano veramente, cioè alla propria libertà. 
Costoro non apprezzano e, generalmente anche se dichiarano altrimenti, non amano l’arte se non come forma di espressione tecnica rispettosa di precise regole, identificabili e condivise, facilmente desumibili dai cataloghi, la cui ammirazione riceve il consenso dei pari. Non oltre: oltre ci si deve confrontare con la libera interpretazione, la libertà di espressione e dunque di vita di un artista che non sarà mai gradita ai conformisti. 
Anarchia ed arte attaccano alla fonte il principio stesso di autorità, legittima e superiore, cardine del potere di un’organizzazione statale cui il conformismo conferisce forma e sostanza. 

Contestate giovani, chiedete innovazione, chiedete cambiamento, chiedete ciò in cui veramente credete, chiedete libertà di pensiero e di espressione, chiedete libertà di azione, di proposta e creazione. 
Non smarritevi confondendo libertà con licenza cedendo all'illusione e facendo il gioco dei potenti che potranno così dividervi e separarvi, etichettarvi, ghettizzarvi, e pian piano, con le buone o le cattive asservirvi. 
Libertà non è poter fare qualunque cosa ma poter scegliere cosa non fare!
Libertà è rispetto per sé stessi prima ed oltre che per gli altri. Libertà è autostima. Libertà è assenza e rifiuto del pregiudizio! Libertà è discussione, diatriba, informazione da molte fonti, è cultura e non solo istruzione. 
Solo allora la tradizione è e diviene un piacere edificante e non una costrizione vincolante. Per libera scelta!
Decidete una volta, anche solo una volta di rifiutarvi, di non servire più e vi sentirete, sarete liberi! Liberi di acconsentire se vorrete. Smettete di sostenere il sistema. Revocate il vostro consenso.
Il potere, qualunque potere, è necessariamente fondato sul consenso popolare. 
Non esistono obblighi che non siano accettati e condivisi da voi stessi. Se ve li impongono è perché voi lo consentite, consentite a qualcuno di farlo e dunque li subite.
Ogni branco naturale sviluppa gerarchie ma ognuna è costantemente sfidata e messa alla prova. In ogni branco ci sono individui oppositori e dissenzienti. E’ naturale ed è giusto che sia così.
I mezzi per arrivare al potere sono differenti ma i modi di governare sono sempre gli stessi. Ce lo insegna la storia.
Gli eletti si sentono padroni e chiunque si opponga a loro viene sfidato a farsi eleggere a sua volta prima di avere il diritto di discussione, qualunque siano i suoi titoli, competenze o attività. Gli eletti al potere dispongono esclusivamente del consenso.
Gli eletti ritengono tutti che il popolo sia un loro “oggetto” da governare, indirizzare, gestire, costringere a sostenerli ancora ed usano il sistema di consenso e potere ottenuto per schiacciare e intimidire gli oppositori e i non consenzienti. 
L’abitudine ad obbedire, le facilitazioni e le semplificazioni derivanti dal conferire delega di decisione, la perdita di memoria storica di ciò che sia stato diverso e differente e che sia possibile essere. 
L’abitudine impedisce di vedere e comprendere i limiti e la realtà dell’oppressione in atto e permette il rafforzarsi dei regimi che man mano evolvono da movimenti di massa ad oligarchie a dittature. 
La diseducazione al libero pensiero, alla discussione, la massificazione dell’acculturamento, il controllo dell’istruzione, l’indottrinamento, impediscono ai giovani di riconoscere il loro stato di servitù mentre l’ampia disponibilità di divertimenti, svaghi, simboli di stato sociale, la riduzione dello scambio culturale a gruppi di simili e pari, l’imposizione di modelli culturali insulsi e omologanti da parte dei media, l’induzione e proposizione di stereotipi, l’identificazione di valori e di nemici che sono gli stessi del sistema di potere, non quelli naturali della gente, sono i metodi utilizzati da sempre. 
Anche la falsa cultura proposta come svago: cinema, teatri e musei, mostre d’arte, sono proposte e consumate senza un’adeguata preparazione e curiosità ma con l’adesivo dell’essere di moda e socialmente utili e importanti. Anch'essa partecipa al mantenimento del consenso. 
I violenti, gli oppositori, gli insoddisfatti, gli ultimi, i fanatici, i rivoluzionari, le frange estremiste del tutto e subito, sono sempre strumentalizzate dall'uno o dall'altro potere esistente e sono sempre genericamente definiti anarchici o anarcoidi ma non lo sono affatto. Le squadre del potere sono per l’ordine, le altre per il disordine. 
Lo stato naturale è caotico, reagisce, si evolve e struttura al minimo costo energetico. Lo stato ordinato è costoso in ogni senso, deve essere imposto e mantenuto.
I nemici sono spesso dei gruppi di ragazzi definiti anarchici, intendendo Intolleranti ma gli anarchici non sono intolleranti, anzi. 
Gli anarchici tollerano e subiscono e rinunciano: rinunciano agli agi e alle agevolazioni, alle false illusioni, ai premi ed agli incentivi che il potere offre loro. Rinunciano ad obbedire sempre e comunque e scelgono, scelgono di obbedire alla propria coscienza, al proprio istinto, alla propria ragione. Non accettano il rifiuto sociale qualunque ne sia il motivo ma offrono la solidarietà.
Anarchia non è una filosofia violenta, non si contrappone all'ordine costituito ma non rinuncia ad affermare la libertà dell’uomo come individuo. È la filosofia della libertà, riconosciuta ed affermata, dell’esercizio del libero pensiero, del confronto aperto, del libero arbitrio, della possibilità di scegliere e condividere o non condividere e rinunciare, senza ledere i diritti e le libertà altrui ma sostenendo la propria decisione. 
“I servi nati servi da famiglie di servi, non conoscono altro che lo stato di servitù e si accontentano e sopportano, aspirando a compiacere il sistema per poter godere e partecipare dei piaceri, godendo e gratificandosi della miseria di coloro che invece non riescono a farlo” diceva La Boètie già nel sedicesimo secolo. 
Aveva ragione allora e ancora oggi l’avrebbe: sono i burocrati, i conformisti, gli accondiscendenti, i compiacenti, coloro che non si recano a votare e non elaborano ed esprimono pensieri autonomi, che non parlano di politica, che non hanno opinioni, coloro che non discutono ma ripetono e fanno propri slogan e dichiarazioni di altri al potere, coloro che non rispettano gli altri come persone ma il loro stato sociale riconosciuto, che sono contenti di possedere ed esibire un proprio qualunque status, uno status di superiorità nei confronti di altri, un ruolo in cui possono sentirsi superiori classificando gli inferiori.
Costoro, si crogiolano nell'invidia, sopportano l’angheria di altri superiori, si lamentano in continuazione ma glorificano il sistema che gli permette di esserci ed apparire così che forniscono il loro consenso al sistema stesso.
Costoro accreditano il sistema di saggezza e giustizia, almeno quanto la loro. Alcuni credono, anche sinceramente, nei buoni propositi conclamati e si ritengono anche, proprio loro stessi, garanti a tutela della libertà del popolo e degli individui che lo compongono. 
Non sempre in malafede o coscienti ma questi individui invece traggono godimento e gratificazione solo dall’essere servi e complici e sopportano, umilmente ma con malanimo, i loro superiori, padroni e i potenti da loro stessi sostenuti. Per conto loro combattono e opprimono come possono tutti quelli che, essendo diversi, dichiarano e percepiscono come nemici: gli inferiori soprattutto e pure i superiori, tentando di scavalcarli questi nella scala del privilegio. 

Così lo stato diventa e si trasforma, da istituzione di servizio in una figura giuridica superiore, accreditata e dotata di poteri e diritti superiori a quelli del popolo stesso e dei suoi componenti. 
Se lo stato è una democrazia, quei poteri e diritti saranno affidati agli eletti, di ieri, di oggi e di domani, i quali poi diverranno una oligarchia che istituirà presto una gerarchia di privilegiati e suddividerà, delegando, questi privilegi tra loro stessi e l’ultimo dei servitori, coscienti o incoscienti ma che ritenendo di farne parte, consenzienti e opportunisti, accetterà di condividerli. 
All’interno dello Stato e considerandolo normale i cittadini, sudditi e complici, permetteranno ad altri gerarchicamente inferiori di angariare, oltraggiare e disprezzare, possibilmente sfruttare loro stessi. Questi cittadini rinunciando volontariamente a rendersi conto di esserne vittime lo faranno a loro volta, almeno finché esisterà qualcuno d’altro a cui poterlo fare.
L’oligarchia evolverà in una dittatura cui tutti gli eletti parteciperanno grati. La storia lo dimostra! Questione di tempo.
Il seguito è noto e ripetuto clichè: il dittatore e il suo più stretto entourage agiranno per difendere e sostenere sé stessi. Individueranno ed indicheranno in sequenza nemici, a partire dai singoli dissenzienti fino a indicare interi popoli come tali. Dichiareranno come valori quelli che nel momento storico, garantiscono a loro e ai propri condiscendenti servi, vantaggi e privilegi. Spingeranno il popolo fino alla guerra per la difesa di quei valori. E il popolo li seguirà. 
Eppure, nessun uomo desidera la guerra, il dolore, le miserie, i sacrifici che ne derivano. 
Abitudine, privilegio, propaganda! 
Anarchico è l’uomo che non rinuncia a scegliere!
La società ciononostante si evolverà. Tra gli esclusi, gli insoddisfatti, gli indecisi, i pensatori, gli intellettuali, rimarrà sempre qualcuno che non accetta. Il singolo individuo non potrà mai rinunciare a sognare, immaginare, studiare. 
Questione di tempo. Tutti questi diventeranno intellettuali e creeranno nuove motivazioni, nuovi valori, coalizzeranno un nuovo consenso offrendo al popolo nuove possibilità di scelta e ricordandogli il concetto stesso di libertà, ricordandogli che il singolo individuo è importante quanto tutti gli altri, che non dovrà, né mai potrà, rinunciare completamente a sé stesso e alle sue proprie, singole, specifiche, priorità e motivazioni. 
Come la natura anche la società si scrollerà dai vincoli e dalle imposizioni inutili, riaffermerà in sé stessa i propri valori e le proprie insopprimibili esigenze, riaffermerà la propria libertà inalienabile, riconoscendola. 
Un nuovo inizio? Per un periodo limitato di tempo potrà definirsi tale l’evoluzione sociale.
I governanti, i nuovi come i precedenti, sono necessariamente istruiti, i capi invece sono colti.
Un governo reggerà finché una grande massa di sopraffatti e sfruttati si ribellerà guidata da nuovi intellettuali, giungendo finalmente al governo e ribaltando, letteralmente, la situazione. 
Per mantenere il potere non possono essere tollerate competenza e cultura altrui che possano contrapporsi.
I capi e i governanti allora si circonderanno di ignoranti o di gente istruita ma secondo il loro volere le loro indicazioni.
I potenti cadranno, o più facilmente cambieranno bandiera, amici ed avversari, in un continuo processo di sostituzione tra servitori e padroni; si proporrà un nuovo conformismo sostenuto da una nuova scolarità. 
I libri di storia li scrivono o riscrivono i vincitori, le motivazioni le insegnano a scuola.
È fondamentale accelerare la perdita di memoria storica. 
Il consenso va stabilizzato, l’abitudine va creata. L’anarchia del libero pensiero va stroncata. 
Il processo di educazione del popolo è fondamentale. Le nuove generazioni di servi non sapranno di esserlo finché non gliene verrà fornita nuova coscienza. 
L’ignoranza è l’alimento che sostiene gli stati sovrani che permette il loro sistema di governo e la sottomissione del popolo, dapprima forzata e poi volontaria. 
Così si crea uno Stato! 
Da chiunque sia governato e finché chi lo governa avrà dalla sua parte una grande massa di persone che ne utilizzano e ne traggono benefici e gratificazioni, reggerà. 
Non ci sono altri metodi: corruzione e sopruso; scambio di favori, vantaggi, protezioni; uso della sopraffazione e infine della violenza. È la logica conseguenza dell’esistenza di uno stato.
Uno stato non ha motivo di esistere se non per imporre regole, a volte, spesso, utili, condivise, necessarie e fondamentali poi, sempre più spesso alimento per la burocrazia, pretesti per il controllo dei “sudditi”. 
Il senso, immotivato ma abbondantemente giustificato di appartenenza, l’amor di patria, il concetto stesso di nazione, sono assolutamente indipendenti dal ben differente concetto di appartenenza culturale che presuppone cultura e attivismo. “Appartenere” non significa “sentirsi parte di”.
Essere anarchici significa non sentirsi di “appartenere” ad alcuno stato; significa non rispondere alle sue richieste e imposizioni se non con l’accettazione, liberamente decisa e valutata e pensata ed infine condivisa, delle richieste stesse e delle loro motivazioni e conseguenze.
Per essere indipendenti dallo stato, occorre cultura; vera cultura, non mera istruzione ed indottrinamento culturale.
La cultura è ciò che maggiormente danneggia l’apparato statale e il suo governo, per questo è sempre osteggiata.
Come avviene? Tramite la costruzione e l’agevolazione di una controcultura che tace o amplifica, esalta o riduce fatti e accadimenti secondo una logica favorevole alle intenzioni governative, comunque contrastante per numero, intensità e disponibilità funzionale a quella libera che ciascuno può raggiungere leggendo, ascoltando molteplici voci, pensando criticamente, discutendo animatamente.
I mentori viventi visibili e affidabili di questa cultura, vera, durante ogni regime sono e diventeranno sempre meno ogni volta, avvolti nel bozzolo dell’indifferenza governativa, separati e imbavagliati nella possibilità di espressione e d’insegnamento, allontanati o contrastati nella scuola ed in ogni altro ambito culturale che debba dipendere dallo stato e dai suoi funzionari. In ogni caso e per fortuna ne rimangono sempre e comunque tanti: basta cercarli, sono una razza impossibile da estinguere. 
Rimangono i libri e le biblioteche, che ogni tanto qualcuno cerca di eliminare e bruciare.
Quantomeno ogni governo tenterà di controllare la stampa e l’editoria per indurre alla lettura di generi leggeri, di svago, senza necessità di elaborazione del pensiero, brevi, agili scritti che facciano vivere romantici sogni in cui i cattivi sono sconfitti e il bene e l’amore trionfano sempre, i soldati marciano e minacciano, proteggono, si schierano ma non combattono o se lo fanno è sempre con sacrificio, onore ed eroismo.
La satira è monopolizzata ed ostacolata fino all'identificazione e all'isolamento dei nemici da non seguire. L’informazione, politica e sociale, è sostituita dalla cronaca meglio se nera e dalla propaganda costante, fino a stancare e allontanare chiunque non sia sufficientemente motivato. La discussione si riduce all'insulto, alla lite costante e gli stadi diventano il luogo designato allo sfogo della violenza in ambiente controllato: ci aveva già pensato Nerone.
Rimangono i rapporti personali. Rimane la possibilità di immaginare, sognare e inseguire il cambiamento. 
Ogni stato ha sempre almeno due elite presenti e contemporaneamente operanti durante il proprio governo: l'elite governativa, composta dai funzionari fino all'ultimo grado e sostenuta da chiunque approfitta e trae vantaggi da essi e l'elite intellettuale, che si alimenta dell’immaginazione, della creatività, della passione. 
Queste elite che pur saranno sempre necessariamente in contrasto tra loro, ogni tanto troveranno punti di convergenza, perché i rappresentanti di quella intellettuale esistono in entrambi, in tutti gli schieramenti. 
Per quanto riguarda i funzionari operativi e la burocrazia non è necessario l’intelletto anzi, il suo utilizzo è fortemente sconsigliato e ostacolato. Questi sono i cani che seguono il pastore lo aiutano e circondano e guidano ai suoi ordini la massa che come ogni gregge segue, grata dell’erba che si rende disponibile e ossequiente all'ordine quando viene impartito. 
Non è un problema di latitudine, di area geografica o paese, di nazioni quando esistono e finché durano. 
Non è neppure un problema di cultura, classica e antica, profonda o superficiale, occidentale od orientale, nordica o del sud del mondo. È qualcosa che ha direttamente a che fare con l’uomo animale e la sua naturalità. 
Il branco umano ha bisogno di gerarchie. Molti sono quelli che sono ben lieti e desiderano obbedire agli ordini, almeno quando ne traggono un minimo vantaggio rinunciando ad impegnarsi. 
Impossibile che lo scontro tra leader in carica e possibili successori non avvenga ad ogni stagione, il successo dell’uno o dell’altro sarà comunque momentaneo e limitato al gruppo spazio e tempo interessati. Lo stesso meccanismo potrebbe portare invece, nel caso dell’uomo, conseguenze globali sull'intera specie e popolazione. 
Politicamente e socialmente cambierà solo il tempo in cui si protrarrà una situazione di equilibrio: tanto più lungo quanto maggiore saranno l’influenza e l’estensione del potere del leader e il numero di chi lo segue ed ossequia. 
Dal conflitto dei leader a quello delle popolazioni, famiglie, clan o tribù, stati o nazioni che siano, il percorso è scontato: ci sarà sempre chi comanda, chi governa e chi serve. 
Chi vive in una condizione attuale può ritenerla soddisfacente o insoddisfacente e agire di conseguenza al fine di migliorarla: può inserirsi sempre più profondamente nel sistema venendo accolto a braccia aperte oppure opporvisi, affrontandone le conseguenze. 
Uno dei motivi principali del protrarsi delle situazioni è l’abitudine, sostenuta dall'ignavia e dall'indolenza, dall'istruzione dall'educazione ricevuta, le quali permettono di adattarsi a un qualunque ambiente di vita e di trovarlo confortevole, qualunque esso sia, indipendentemente dalla condizione in cui ci si trova. 
Uno dei motori di cambiamento possibile sarebbe il rimpianto di qualcosa che è stato perduto, cui si sia stati abituati in un altro tempo e che ci sia stato sottratto eppure sono le conseguenze e non il rimpianto che generano l’azione. 
Bastano tre generazioni per perdere la memoria di ciò che non si è vissuto: vediamo oggi il ricordo delle guerre mondiali, e di quelle attuali, degli immensi ingiustificati olocausti. Nessuno che l’abbia vissuta o conosciuta direttamente o indirettamente, che ne abbia patito le conseguenze o ne abbia sentito narrare direttamente da coloro che ci sono stati, potrà mai desiderare o pensare alla guerra come soluzione dei problemi del suo “Stato” tuttavia, con regolarità impressionante, ogni circa sessant'anni o meno, la guerra torna in auge sostenuta da una cultura di valori ampiamente propagandata, implementata ad arte, inculcata in profondità nelle nuove generazioni. 
Il rischio di finire in guerra è costante. 
La guerra è uno stato d’essere in cui la violenza, la malvagità, l’istinto predatorio permettono all'animale uomo di emergere e sopraffare la maschera di civiltà razionale. In guerra non esiste l’anarchia.
Sono le conseguenze delle guerre purtroppo che permettono di immaginare e perseguire e poi anche di raggiungere la pace e nuovamente la libertà, per poi gradualmente tornare a perderla, di nuovo e ancora per sottomissione volontaria e indolente.
L’unica soluzione, per un pensatore libero e a volte dissenziente, sarebbe entrare a far parte della gerarchia di comando. Per farlo occorrerebbe accrescere la propria cultura indipendente e partecipare, in modo non violento alla gerarchia stessa, evitando di sopraffare ma divenendo propositivi e collaborativi, traendo dal progresso collettivo il vantaggio personale. 
Difficile immaginare un tipo di governo che generi anarchia e tolleri filosofia nei suoi componenti: un popolo di servi deve essere allevato e poi mantenuto in allegra soddisfacente servitù: deve essere e rimanere contento di quello stato. 
Come Gesù e Ghandi, persino Marx hanno dimostrato, non serve la violenza per contrastare ed abbattere un regime: basta l’opposizione, il non riconoscimento dell’autorità impositrice, la non collaborazione ma nel rispetto delle ragioni motivate, il cambiamento nei valori portanti della nostra singola vita, la scelta consapevole, la condivisione dei vantaggi e degli svantaggi equamente distribuiti in ragione dell’impegno. 
Tutti loro sono stati pensatori liberi ed innovativi, maestri ed esempi che hanno motivato grandi cambiamenti e poi le loro parole, i loro pensieri, i loro esempi sono stati purtroppo utilizzati e strumentalizzati dai nuovi governanti come armi per esercitare il controllo e il potere. 
L’uomo è un essere vivente che ama la libertà ma richiede la gerarchia e trova soddisfazione nella sottomissione. Quando la ritrova abusa della libertà, non la riconosce e spesso, trasformandola in licenza la utilizza per vendette e per portare a termine malvagità e oppressione, creando privilegio, creando le premesse per la sua rapida e rinnovata perdita. Nuovi governi, nuovi stati, nuove nazioni.
Di fatto sono le società e non l’uomo ad essere anarchiche: esse si sviluppano differentemente le une dalle altre, producendo regole autonome e differenti, creando mediante l’approvazione e l’appoggio delle masse, grandi movimenti di opinione, di pensiero e di azione che entrano presto in contrasto. 
Tramite lo scontro verbale, intellettuale e fisico, si affermano supremazie e gerarchie di potere finalizzate a gestire il privilegio. 
Il privilegio genera invidia; l’invidia provoca desiderio e rivalsa; il desiderio crea nuove ipotesi di vita; la rivalsa provoca scontri tra persone e ruoli. Molte persone significano interi popoli.
La pentola della civiltà inizia presto a bollire ma nessuno potrà determinare con certezza la direzione delle singole bolle che si andranno a generare alla distruzione dell’equilibrio interno: si produce vapore e con esso, effetti esterni. 
Le bolle, le singole bolle che percorrono la loro univoca specifica via per uscire dallo stato di schiavitù che le legava alla massa, sono libere finché non diventano vapore, cambiando e trasformandosi in un altro stato, nel quale la loro libertà assoluta torna ad essere sacrificata. 
L’uomo sociale rinuncia volontariamente ad una parte della sua libertà. 
Non si può rinunciare a qualcosa che non si possiede e dunque la libertà essendo aprioristicamente in possesso dell’uomo individuale non è irrinunciabile. E’ una sua caratteristica naturale.
La libertà allora non si deve conquistare ma la si deve riconoscere. Quella propria e quella degli altri.
Se si riconosce la libertà propria, si riconosce necessariamente anche quella degli altri e dunque o la si rispetta o la si opprime.
Il riconoscimento e l’apprezzamento di una libertà residua, quella cui l’uomo, il singolo, non ha rinunciato a favore della società ne presume e richiede il rispetto e la difesa puntigliosa, giorno per giorno in ogni situazione contingente. Altrettanto quella parte cui egli stesso ha volontariamente rinunciato per sua libera scelta e motivazione. 
Riconoscere la propria libertà, rispettare quella degli altri. In questo consiste l’eroismo dell’anarchia, eroismo al servizio della comunità, non dello stato, eroismo e determinazione che non permettono a nessuno di limitare ulteriormente nessuna delle due. 
Non occorre dunque o non occorrerebbe mai dover combattere per conquistare o riconquistare la libertà ma farlo esclusivamente per difenderla da ogni oppressione e limitazione non volontariamente accettata. 
In questo consiste la pace sociale e la sconfitta di ogni tirannia.
In questo consiste la ribellione, pacifica e naturale, del cambiamento. 
Il comportamento di ogni singolo individuo, per sommatoria corrisponde a quello dell’intera umanità. 
Occorre cambiare, occorre rifiutare, occorre scegliere.
La disubbidienza civile: nessuno deve né dovrebbe mai, poter dire a un altro il perché debba vivere o morire: almeno questo è un diritto fondamentale di ciascuno!
Ognuno si dovrebbe chiedere se, quanto richiesto da leggi apparentemente ingiuste o assolutamente contrarie al modo di pensare, d’essere e volere di ognuno, sia davvero nell'interesse dei molti di più che compongono la società. Magari risulta, è, così e allora si può aderire e modificare la propria scelta individuale.
Si dovrebbe valutare se e fino a quando il potere di oppressione che viene esercitato, dallo stato e dai suoi rappresentanti, influisce in modo insopportabile nei confronti delle nostre singole libertà.
Valutare quando queste richieste non comportino il danneggiamento di altri o la limitazione delle loro libertà. 
Non si tratta di diritti ma di doveri. 
I diritti inviolabili sono quelli naturali, i doveri sono quelli accettati ma alcuni sono inderogabili perché coincidono con i diritti degli altri e li rappresentano. 
La disubbidienza diviene necessaria quando questi doveri e diritti, pur inalienabili e indiscutibili, sono assoggettati alla “ragion di stato”, intendendo per stato il sistema che si auto sostiene mediante questa “ragione”. 
Quando l’oppressione e la riduzione di quei diritti di ognuno, avviene sovrapponendogli ed imponendo ai cittadini altri doveri finalizzati al solo risultato della ragion di stato, allora il cittadino deve, o dovrebbe, rifiutarsi di accettarli e condividerli per non rendersi complice o connivente. 
Deve o dovrebbe farlo, anche se da questa situazione egli ritenga di poter trarre eventuali vantaggi individuali. Deve o dovrebbe rinunciarvi.
Disubbidienza civile non significa infrangere la legge ma non riconoscerla come dovere civico. Ovvio il risentimento dello “Stato” nei confronti di questo atteggiamento.
Ogni governo, governatore o membro influente dello stato, si proclama difensore dei diritti del popolo. Tutto ciò avviene sempre a scapito del popolo che in parte almeno, non intende soggiacere placidamente alle loro richieste e imposizioni. In nome di questi diritti il popolo viene assoggettato, volontariamente o arbitrariamente.
É tutto fumo, perché l’interesse primario di costoro, il loro unico dovere riconosciuto e accettato con l’andare al governo, diviene la sostenibilità del potere raggiunto e dell’apparato che ha permesso e permette a loro stessi, di esserne rappresentanti influenti. 
Il periodo temporale in cui si può espletare l’esercizio del loro potere, relativamente breve, diviene prioritario rispetto al più lungo periodo temporale richiesto per ottenere e sostenere, il miglioramento della società che si sono impegnati a proteggere, sviluppare e migliorare. 
La priorità durante questo periodo di potere è la sua gestione ed in conseguenza il mantenimento del privilegio di gestirlo. 
Tutto naturalmente, in nome e per conto del popolo che viene sempre inteso come una massa informe e indefinita, mai come insieme di individui singoli che vivono in comunità. 
Il corpo statale è formato da funzionari che si distribuiscono frazioni del medesimo privilegio. 
Nessuno deve poter fare, realizzare nulla, nessuna cosa, sia essa limitata o estesa, per quanto anche ovvia e banale, semplice o assolutamente necessaria, senza il loro intervento. E non mai assolutamente senza versare contributi, tasse, oboli che non tornano se non parzialmente e non necessariamente, nelle tasche di chi li esborsa, in nessuna forma. Si deve pagare per essere sfruttati e garantire ai privilegiati la possibilità di opprimere e per conferire a loro lo status necessario. 
Trovare qualcosa che non va e si possa tassare è il primo dovere istituzionale di ogni burocrate, funzionario statale o di apparati che allo stato devono l’esistenza. 
É questo anche il massimo piacere che essi possono ricavare dalla propria vita di reclusi in un misero, prestigioso sgabuzzino, per quanto ben arredato e localizzato, da cui gestire il potere. 
Il sale di questo sottile e perverso piacere, è l’antipatia per chi presenta istanze, reciproca e ricambiata: origini, tendenze, sesso, nazionalità, appartenenza a gruppi, di potere o di opposizione più o meno riconoscibili, sono i dentini di questo ingranaggio. Raramente sono le motivazioni delle richieste.
A questo sentimento si aggiunge un costante timore che gli possa venire sottratto il privilegio, di perderlo o vederselo ridurre; ciò infonde un pregiudiziale pizzico di sfiducia e diffidenza nei confronti di chi presenta istanza, chiunque essi siano, qualunque cosa chiedano. Si presuppone che chiunque chieda qualcosa, di nuovo o diverso da ciò di cui già dispone, non si contenti e nasconda interessi e obiettivi abbietti. 
Il privilegio distribuito si chiama Burocrazia: fa il bello e il cattivo tempo, generando cavilli meschini i quali danno a loro, ai burocrati, un senso di potenza e supremazia nei confronti del povero supplicante, che tanto li gratifica. 
Scribacchini, sempre troppo oberati, sempre troppo indaffarati, competenti nell'incompetenza, compilatori di crocette su liste predisposte e non interpretabili!
Il loro capo, sempre da tutti loro pubblicamente incolpato, disprezzato e stigmatizzato, rappresenta il più odioso di tutti perché tutti li rappresenta: questo è il merito che lo rende tale. Un merito ritenuto ingiustamente attribuito.
Ovvio che nessuno di loro esprimerà alcun parere se non dopo che sia stata pagata una qualche tassa o imposta di accesso, di richiesta, di approvazione o di ogni altro tipo immaginabile, a qualunque titolo, all'organizzazione; tassa che sarà destinata immancabilmente a modificarsi e ad aumentare in ragione del numero degli interventi e dei tempi di risposta di ognuno dei funzionari di volta in volta coinvolti e che terminerà immancabilmente in un’oblazione, una sanzione onerosa, a sanatoria delle manchevolezze e carenze certamente emerse.
Ai burocrati succedono gli ispettori e questi verificheranno, con pignoleria, con attenzione, con superficialità, con interesse: secondo il loro specifico e personale interesse, in nome dell’apparato che li comprende ed a loro affida il compito, la funzione, il riconoscimento sociale, del relativo privilegio. 
Ecco come funziona uno stato: una piramide di sodali interessati e coinvolti, ognuno a scaricare le responsabilità sul superiore o sul successivo o sul precedente, senza mai assumersene in proprio, giustificando così la presunta incolpevole inefficienza. 
Ognuno di loro gratificato dalla propria posizione sociale, sempre garantita per quanto bassa e sempre superiore a quella di altri, di qualunque condizione essi siano o in cui si trovino ma in ogni caso esterni alla struttura, costretti a rivolgersi a loro per ottenerne, in ogni modo lecito o illecito, il consenso ed un minimo di partecipazione. 
I burocrati condividono con lo “Stato” il piacere molto sottile e molto perverso di esercitare la burocrazia, il piccolo potere di interferire con le scelte individuali, sentendosi ampiamente gratificati dall'appartenenza al sistema, organi del “superiore interesse dello stato” che fa dimenticare a loro stessi, individui fra gli altri, di essere altrettanto vittime dello stesso sistema che a loro sovrappone le sue altre strutture gerarchiche e i suoi altri interessi. 
Privilegio, senso di appartenenza, dunque obbedienza, dunque servitù e soprattutto devozione, sono le parole che contraddistinguono l’essenza, le motivazioni, i metodi del consenso, col risultato del riconoscimento allo “Stato” di figura di maggior importanza, superiore e a quella dell’individuo, col potere di mandarti anche a morire. 

Non più di quattro o cinque individui, detti plutocrati, tengono in mano e controllano, asservono ai loro interessi, un intero paese e in un gruppo poco più numeroso, l’insieme di tutti gli stati moderni. 
Questi possessori di immense ricchezze, di immensa potenza, sono associati nella spartizione dei frutti del potere. 
Migliaia sono gli ossequiosi sudditi di questi potenti: posti al vertice delle amministrazioni, preposti alla gestione del denaro pubblico, carrieristi succubi che necessitano della reciproca protezione a copertura e sostegno della mala gestione e delle malefatte che altrimenti li esporrebbero ai giusti rigori delle leggi che pur ci sono. 
Costoro agiscono mediante la creazione continua e riassegnazione continua di nuove cariche ed incarichi, spacciandoli per riforme e spacciandosi per riformatori, della giustizia e della gestione del pubblico e privato bene, ma sostanzialmente operando ad esclusivo puntello del gruppo di potere momentaneamente rappresentato, potere esercitato col beneplacito degli invisibili, inavvicinabili, intoccabili, plutocrati.
Un sistema di favori, scambi, vantaggi, protezioni e profitti che coinvolge gran parte della massa di popolo. 
Ciclicamente la struttura si inverte venendosi a trovare, generalmente mediante sanguinosi eventi quando non vere e proprie rivoluzioni, gli oppressi di oggi al posto dei loro oppressori cui ricambieranno a breve il trattamento. 
Ciò avviene ciclicamente ma immancabilmente quando si trovino in parità di forze le due parti, gli sfruttatori e gli sfruttati i contenti e gli scontenti. Il tempo necessario dipende dal fatto che i primi sono dotati di un’organizzazione che per gli altri ha invece bisogno di tempo e sforzo e sacrificio per essere organizzata.
Secondo della parte in cui ci si trova l’azione viene definita “difesa della libertà” oppure “riconquista della libertà”! 
Ma quale libertà è in gioco se non quella di opprimere a nostra volta quelli che ci hanno oppresso, ricavandone gli stessi benefici alle stesse condizioni?
Non cambiano i plutocrati, le oligarchie. Piccole modifiche possono apportarsi alle strutture degli stati ma la loro stessa esistenza come figure giuridiche che accampano un diritto superiore a quello del singolo cittadino ne garantisce la sopravvivenza ed il perpetuarsi del potere.
Disobbedienza civile: non significa non rispetto della legge ma semplice non osservanza, non condivisione, rifiuto di quanto ingiustamente essa impone, non partecipazione a comportamenti non accettabili, nei confronti di sé stessi e degli altri individui senza che questo comporti necessariamente violenza o violazione. 
Disobbedire significa rifiutarsi di violentare la propria indole, di perdere e sacrificare la propria personalità e la propria assoluta e inviolabile libertà, quantomeno di pensiero. 
Ambizione, avidità, sono le armi del potere che le asserve a sé. 
Avvicinarsi al sistema di potere e di governo significa allontanarsi dalla propria libertà individuale di giudizio e comportamento per adeguarsi agli scopi, alle motivazioni, agli interessi dello Stato e di ciò che rappresenta. 
Pagare le tasse è giusto e importante: significa rinunciare volontariamente a una parte dei propri averi per metterli a disposizione di un bene comune: servizi. 
Il cittadino, suddito al servizio dello stato o di chi lo rappresenta, le tasse le paga. 
Esse gli vengono richieste in pagamento ma non sono equivalenti ai servizi, troppo spesso inadeguati, o ai vantaggi che gli vengono forniti. 
Quando i servizi risultano inadeguati e le tasse superano la capacità di poter essere pagate ma vengono comunque richieste e pretese in pagamento, sottraendo al cittadino i propri averi o la propria capacità di produrre reddito, non significa forse che lo stato approfitta del cittadino stesso? 
Non significa forse che il cittadino non è affatto proprietario dei suoi averi? Del frutto del suo lavoro? Oppure che è libero di disporne? Non significa forse che agli occhi dello Stato il cittadino è solo un servo che non dispone e non possiede nulla che non gli sia concesso di possedere? 
Il governo non rappresenta ma gestisce lo stato!
I governanti si succedono, sempre odiati da tutti, esaltanti capri espiatori di ogni colpa diretta o indirettamente dipendente dalle loro azioni o dal fatto di esserci quando le cose accadono; vittime dei loro successori che prenderanno il loro posto, i privilegi e le condizioni. Mai liberi, mai amati, sempre asserviti a qualcosa di superiore e più grande di loro, lo “Stato”, garante dei loro privilegi, dell’arbitrio concessogli e dei successi personali che vanno sempre a scapito e si nutrono, si alimentano di quelli sottratti ai singoli individui costretti a subirli. 
La storia è piena dei loro nomi: quelli dei governanti, dei re degli imperatori, dei tiranni, dei generali, degli statisti. 
A nessuno è risparmiato l’oltraggio, l’ingiuria, la ricordanza delle malefatte, l’oblio completo di ogni pur limitata giustezza attribuibile. Ecco perché la storia dovrebbe insegnare. 

L’anarchia non è una filosofia violenta o almeno non dovrebbe portare ad un movimento violento, né esserlo o divenirlo mai ma perché succede?
L’anarchia è uno stato naturale, una libertà assoluta e inalienabile, di dare consenso e disponibilità e di accettarli dagli altri. Libertà di partecipare agli eventi come individuo, volontariamente. 
L’uomo è un essere naturale parte integrante della natura e della sua evoluzione. Come tutta la natura non può accettare l’imposizione senza reagire, lo farà adeguandosi, subendo ma modificandosi lentamente e modificando le sue reazioni fino a ripristinare un nuovo stato di libertà, conseguente reazione alle imposizioni subite.
Nessun uomo può dominare e opprimere la natura, in nessuna sua espressione e per il suo unico tornaconto se non per un tempo ed uno spazio limitati. Poi l’umanità coinvolta dovrà modificare le proprie azioni in conseguenza, dovrà adeguarsi alla sua reazione, i governi sfruttatori a quelle degli sfruttati. 
La libertà non è un bene che si possa conquistare ma uno che può solamente perdersi, come il suo ricordo, rinunciando temporaneamente per mancanza di forze o di consapevolezza, alla sua espressione ma prima o poi le esigenze, naturali e non limitabili, torneranno ad avere il sopravvento, sempre. 
I “nemici” dell’ordine costituito sono spesso dei gruppi di ragazzi, definiti anarchici, intendendo Intolleranti. 
Gli intolleranti vengono definiti anarchici dal potere, screditando ed oscurando la stessa filosofia, liberale e non violenta che ne è alla base: vengono fatti sfilare, organizzati e finanziati, urlando slogan ed agitando sgargianti bandiere e vessilli creando disagio disordine e violenza. 
Il nemico è individuato: etichettato. L’obiettivo è definito. I servi si rifugiano nell'ordine che garantisce il loro pur minimo privilegio e acclamano Barabba.
L’uomo è avido, cerca sempre cibo sicurezza privilegio quando lo trova, più che gli sia possibile, senza pensare al futuro più lontano dell’immediato. 
Gli anarchici non sono intolleranti, anzi. Tollerano e subiscono e rinunciano: rinunciano agli agi e alle agevolazioni, alle false illusioni, ai premi ed agli incentivi che il potere offre loro. Rinunciano ad obbedire sempre e comunque e scelgono, scelgono di obbedire alla propria coscienza, al proprio istinto, alla propria ragione.
Gli anarchici sfilano muti e composti. In silenzio, portando al braccio una semplice fascia nera in segno di lutto: il lutto per la morte di una libertà che loro ricordano, che hanno conosciuto, riconosciuto ed apprezzato.
Anche l’equilibrio tra servitori e padroni o meglio tra sovrani e relativi sudditi servitori è destinato, naturalmente, a cambiare periodicamente. 
La natura è anarchica, accetta padroni ma non sopporta imposizioni; non violenta si sottopone alle regole ma non le accetta se non le convengono; la sua ribellione è rapida, istantanea e catastrofica: le conseguenze globali. 
L’uomo è parte della natura e non può sottostare che alle stesse regole: si sottopone ma non accetta salvo vantaggio nel breve periodo. Lo sviluppo di lungo periodo degli eventi naturali è imprevedibile, variabile ma in ogni caso ciclico e nulla di ciò che è stato in passato va perduto ma viene rielaborato. Tale è l’uomo.
Ragazzi vi stanno continuamente ingannando facendovi credere di essere e rappresentare il futuro e con questa motivazione vi escludono dal presente. 
Voi siete il presente! 
Siete ora e siete vivi e ancora quasi liberi ma non si vuole che contiate, almeno per ora. Avrete diritti, potere, privilegi, possibilità ma in un indeterminabile tempo futuro e naturalmente se nel frattempo starete calmi e crescerete sani, buoni e onesti ma soprattutto obbedienti e cristiani. Allora, forse… 
Vi stanno manipolando, chiedendo di rinunciare alla vostra identità attuale, alla vostra libertà non ancora sottomessa e controllata. 
Voi ragazzi come tutti ma soprattutto voi, potete ancora “rifiutare il rifiuto sociale”. 
Valutare, decidere, scegliere è libertà!
Siamo tutti cristiani si sente dire, in questo stato-nazione in cui viviamo ma siamo liberali e tolleriamo gli altri per amor cristiano. 
Stesso discorso, stesse motivazioni per ogni altro contesto cultural-religioso stato, nazione.
Cristo: nell'orto in cui è stato arrestato dagli sgherri di Erode armati di bastoni, mentre era circondato dai suoi discepoli armati di spade e da ventimila uomini accampati nei pressi e pronti ad insorgere a un suo ordine, uomini che lo acclamavano leader, re, messia. Lui che si era opposto e aveva rifiutato il rifiuto sociale, avvicinandosi agli ultimi ed ai diversi, Lui, fece la sua scelta di non violenza: rifiutò! 
Ecco il vero miracolo, la ragione della cristianità. Lo fece per dare agli altri uomini l’esempio di una totale libertà e la possibilità di scegliere a loro volta. Essi lo fecero: delusi, lo lasciarono andare a morte schierandosi con il potere, per Barabba che il potere e l’intrallazzo, l’oppressione e la violenza, aveva rappresentato.
E’ per merito o per colpa dello stato? Allora, i servi accondiscendenti, coloro che delegano per ignavia o ignoranza la responsabilità e l’azione, ne sono complici. 
Il giudice che manda a morte un uomo “in nome dello Stato” altro non è che un assassino prezzolato che delega ad altri l’incombenza materiale di uccidere? I generali che guidano la guerra non fanno altrettanto? E chi preme il grilletto o schiaccia il bottone di lancio o di sparo?
Nessuno dovrebbe poter dire, ordinare, imporre ad un altro di andare a morire, tanto meno una istituzione di servizio chiamata stato. Forse non è così? 
Dove sono lo spirito di solidarietà sociale, il mutuo soccorso? Dove sono la vicinanza e l’empatia? 
Scompaiono, dovendo ogni azione ed attività passare il filtro dell’apparato statale così che anche questi valori primari, che tutti gli uomini posseggono, possano essere valorizzati e pagati. 
Vi verrà chiesto di pagare lo stato per fornirveli e anche solo per permettervi di offrirli: ciò che pagherete non vi ritornerà mai più. 
Potrete fare volontariato, poterete prestare opera, essere presenti e disponibili ma solo ad un costo sociale, al costo che lo stato deciderà per voi, per pagarlo attingendo i mezzi da ciò che voi stessi gli avrete donato. 
Lavorerete e pagherete per farlo. 
Pagherete per essere succubi ed asserviti e finanziare chi vi tratterrà in questa condizione, privandovi anche di questa libertà: quella di servire volontariamente. 
Quando Dio creò gli ignoranti, i cretini, gli imbecilli, pensò di marchiarli poi ci ripensò: si sarebbero comunque fatti riconoscere e purtroppo avrebbero comandato!

Link: http://www.balzani-antonio.it