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La specie umana si è evoluta, accentrandosi nelle grandi metropoli e megalopoli. Dipende totalmente e sempre di più dalla tecnologia. La fornitura di servizi e il sostentamento della popolazione richiedono sempre più energia e si conseguenza un sempre maggiore sfruttamento delle risorse planetarie. La produzione ed il commercio sono state globalizzate. Ci sono tutte le premesse perchè un rapido cambiamento ambientale possa innescare un processo irreversibile di implosione fino all'estinzione della specie stessa.

Estinzione non significa scomparsa totale ma riduzione sotto il livello di sostentamento con progressiva riduzione del numero di individui.

Solo le capacità di adattamento e di collaborazione nelle varie comunità, può invertire il processo.

Il cambiamento climatico è in atto e colpisce soprattutto le economie perchè procede, per ora, abbastanza lentamente ma se improvvisamente accelerasse? 

La tecnologia si basa sulla disponibilità di energia. Se improvvisamente l'energia elettrica non fosse più disponibile per un utilizzo tecnologico?

Anteprima

Cercavo gli occhiali da vista che ormai mi sono indispensabili ed inseparabili. Avrebbero dovuto essere appoggiati sul comodino ma evidentemente si erano spostati perché, toccando con la mano, non li sentivo. La luce era ancora poca per cui schiacciai l’interruttore della lampada da notte per cercarli meglio. Macché! Evidentemente era bruciata la lampadina. Mi sono comunque alzato ed eccoli, appena dietro lo stelo della lampada. Ora di alzarsi a fare il caffè. Così con la solita routine è iniziata la mia ennesima giornata: grande sbadiglio, stiracchiamento, grattatine al cuoio capelluto, altra stiracchiata e un'ultima grattatina, poi giù dal letto. Stessa procedura per la mia cagnolina Brie che dormiva in fondo al letto.Ero solo quella mattina: mia moglie era andata a trovare la madre e la sorella e soprattutto a vedere i nipotini. Si sarebbe fermata una settimana circa. Mi alzai e mi recai in cucina dove la moka aspettava sul piano del lavandino. Decisi per la macchinetta elettrica, più veloce, anche se sarebbe mancato l’aroma avvolgente del caffè che risaliva gorgogliando nella caffettiera. Ma porc… miseriaccia. Neppure la caffettiera elettrica si accendeva. Probabilmente era saltata la luce, in casa oppure nel palazzo a giudicare dalle esclamazioni, poco soffocate che mi capitava di ascoltare, provenienti dagli altri appartamenti. Oppure per effettuare lavori di manutenzione avevano staccato la corrente all'intero quartiere. Capita a volte. Di solito avvertono o affiggono manifestini alle entrate ma evidentemente mi erano sfuggiti. Bene: vada per la moka: la cara vecchia, insostituibile, moka.

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 Ammetto che cominciavo a preoccuparmi un po' per il ritardo di mia figlia ma era una preoccupazione ingiustificata naturalmente: era uscita con gli amici, erano andati al fiume per una gita; uno di loro aveva una barca e certamente ora si trovavano davanti a un bel falò a cantare, mangiare, ridere, ignari del blackout e forse anche delle stelle più brillanti che mai. Mia moglie era certamente presa dalle infinite chiacchiere con la sorella e la nipote e si stava coccolando i nipotini uno dei quali era nato da meno di un mese. A una donna non puoi regalare nulla che equivalga a questo piacere. Finalmente mi addormentai. Un bussare frenetico e la voce di mia figlia che chiamava: papà, papà aprimi, mi svegliarono di soprassalto e per un momento faticai a capire dov'ero. Schiacciai il pulsante della lampada da notte ma non successe nulla. Allora ricordai: cavolo non era ancora tornata la maledetta corrente. Presi il telefono per utilizzarne la torcia ma evidentemente si era scaricato e non successe nulla. Mi alzai e sbattendo un ginocchio contro lo spigolo della poltrona, attraversai imprecando la stanza e il soggiorno per andare ad aprire la porta. Mia figlia, bagnata fradicia si gettò come un uragano fra le mie braccia.

- Ci sei allora – disse. - E dove volevi che fossi? – - Mah chissà, per un momento mi sono lasciata prendere dal panico, è tutto così strano - Entra forza, ma cosa succede, piove? Non me n’ero accorto  - Piove sì, è stato un viaggio allucinante - Racconta –

Nel frattempo, si era alzato anche mio figlio, svegliato dal baccano. - Ciao - Ciao. 

Eravamo andati con le macchine fino al fiume, dove Giovanni ha la barca posteggiata al molo. È una bella barca grande, da fiume, con due motori potenti adatti a risalire le correnti e ci stanno, comode, dieci persone. Noi eravamo in venti quindi abbiamo deciso di campeggiare nei pressi e a turno ci siamo fatti scorrazzare con la barca mentre gli altri aspettavano a riva. È stato bellissimo. Lungo il fiume ci sono delle isolette sabbiose, zone di canneti che si inoltrano nell'acqua piene di uccelli di ogni tipo, anatre, trampolieri di vari colori, cormorani, uccellini di tutti i tipi e anche qualche gabbiano. In mezzo al fiume Giovanni fermava i motori e scendeva un silenzio incredibile, riempito solo dai versi degli uccelli mentre la corrente ci trasportava. Le rane ogni tanto rompevano il silenzio con grandi cori di gracidii potenti. Sembrava si chiamassero a vicenda e poi tacevano tutte all'improvviso. Dopo il giro ritornavamo e a riva ci aspettavano gli altri che intanto avevano preparato il fuoco per fare la grigliata e prendevano il sole lungo le rive. Verso sera abbiamo cenato e poi davanti al fuoco, abbiamo cantato e riso e ballato. L’amico di Giovanni, Angelo, aveva portato i bonghi … lo conosci Ro? - Poco – rispose Roberto. - Comunque, visto che l’impianto stereo della barca aveva smesso di funzionare e anche i cellulari si sono scaricati molto rapidamente, tutti quanti assieme …però che strano … abbiamo ballato a suon di tamburi. Le risate! - Ma la batteria della barca non forniva corrente? – domandai. - Sì per un po' lo ha fatto ma poi si sono esaurite anche loro, molto rapidamente.  Giovanni ha detto che era strano, dovevano essere ben cariche, anche perché avevamo usato i motori e avrebbero dovuto durare almeno due giorni. Ma tant'è: le batterie si sono esaurite come quelle dei cellulari, tutte assieme e molto rapidamente, mantenendo giusto quel tanto da alimentare la funzione torcia e orologio e le luci di posizione della barca. Non c’era nessun segnale, nessuna tacca nel telefono per nessuno; di nessun operatore e questo è molto strano no?  - È tutto il giorno che è così anche qui – disse Roberto. Si sarà verificato qualche grosso guasto. - C’era un cielo stellato come non lo avevo mai visto prima – continuò Enrica. - Siamo stati a guardare le stelle cadenti e questa volta, anche perché la luna era proprio solo una linea sottile, ne abbiamo viste in abbondanza. Cadevano a grappoli. Una cosa incredibile. - Avrete esaurito i desideri - rise Roberto. - In effetti faceva anche un po' paura – rispose Enrica. - Poi, improvvisamente, senza un tuono né un lampo ha cominciato a piovere, anzi a diluviare e allora non abbiamo potuto far altro che montare in macchina e tornare a casa. Per fortuna le batterie delle auto non erano completamente scariche come le altre. Giovanni e gli altri torneranno domani a rimettere a posto. - Non me ne ero accorto, dormivo – dissi io - e quando siamo andati a letto il cielo era sereno. - Acqua a catinelle continuò Enrica e buio pesto. È stato difficile guidare e tornare a casa, a passo di lumaca. I fari della macchina sembravano più che altro due candele e non c’era una luce a pagarla oro, nessun lampione, nessuna finestra illuminata, anche nei paesi. - Tranquilla, è solo un Blackout, passerà. Ora asciugati bevi un sorso di liquore e fila a letto: siamo qui, siamo tutti assieme e non c’è nulla da temere.  - Quaranta chilometri di buio assoluto. Sembrava di viaggiare sott'acqua. Un viaggio allucinante e alla fine quando sono arrivata ero veramente terrorizzata. -

Piano piano anche Enrica si rilassò pur prendendo atto che non c’era acqua calda per la doccia, che il cellulare aveva la batteria completamente scarica, che non poteva asciugarsi i capelli o guardarsi allo specchio. Avevamo acceso la candela ma la sua luce, invece che romantica, ora ci sembrava spettrale. Purtroppo, a mano a mano che lei si rilassava la mia preoccupazione aumentava mentre prendevo atto che il cosiddetto blackout stava assumendo contorni ben diversi da quelli ipotizzati. Stava succedendo qualcosa di molto più grosso di un semplice guasto alle reti elettriche. Non poteva essere così totale e così ampio il raggio di assenza della corrente e lo strano comportamento delle batterie che si esaurivano rapidamente e contemporaneamente fino ad un minimo di funzionalità, l’illuminazione privata e quella pubblica, persino quella alimentata ad energia solare. Guardai Roberto: evidentemente anche lui pensava le stesse cose pur non dicendo nulla per non spaventare ulteriormente la sorella. Comunque fosse, non potevamo fare proprio nulla quindi decidemmo di risparmiare la candela e tornare a letto. Non fu facile prendere sonno.

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Piovve e piovve e fece freddo ma i sacchi a pelo ci protessero a sufficienza. Avevamo fatto bene a scegliere un posto rialzato: il mattino il terreno attorno a noi pareva un lago ma presto si ridusse a un velo umido e poi tornò ad essere asfalto, e fango, asciutto e crepato. Viaggiammo così, dandoci il cambio sul cavallo sia per riposare le gambe che per impratichirci, per tre giorni di seguito. Anche le bambine salivano sul cavallo, non si sarebbe potuto evitare. Il resto del viaggio lo percorsero a piedi o nel carretto. La carrozza di Cenerentola per loro. Ormai eravamo ben lontani dalla città e attorno a noi regnava il nulla. Il terreno fangoso rendeva tutto di un uniforme color bruno chiaro, chiazzato dalle zone di ombra più scure. L’erba cresceva a tratti in piccoli praticelli isolati e gruppi di alberi, spogliati della maggior parte delle foglie dalla pioggia battente, crescevano come fantasmi in attesa di qualcosa. Il silenzio era pressoché assoluto tranne che per lo stridio di alcuni uccelli che volavano e parevano indifferenti a ciò che sorvolavano. Attraversammo un fiume basso e lento che scorreva trecento metri a monte di un ponte sul fango e versava le sue acque placide in un crepaccio poco più a valle, con un frastuono di cascata. Non si vedeva il percorso successivo da dove ci trovavamo. Nulla di tutto questo c’era prima: il mondo andava rimodellandosi a suo piacimento. Le montagne lontane sembravano ancora una dentatura azzurrina ma ora pareva attaccata dalla carie: roccia brillante e nuova appena esposta e crepacci, colline dove prima era pianura e terra dov'erano paesi e campanili. Eppure, non tutto era morto come ci appariva: sentimmo gracidar di rane presso uno stagno che costeggiammo e vedemmo pesci saltare a fior d’acqua per catturare una mosca. E naturalmente le mosche e le zanzare a darci tormento. Quando arrivammo nei pressi del luogo, ora quasi irriconoscibile, dove l’autostrada diramava scorrendo diritta da Est a Ovest e costeggiando il mare a pochi chilometri, ci rendemmo conto di quali enormi cambiamenti erano avvenuti. Il mare era lì, proprio davanti a noi e la risacca lambiva il sopraelevato stradale. Presto lo avrebbe eroso completamente e sarebbe penetrato all'interno ricoprendo tutto. Sarebbe avanzato fin dove la pendenza e il livello delle acque in crescita continua glielo avrebbe permesso. La vallata che avevamo faticosamente percorso poteva trasformarsi in un golfo profondo nei prossimi anni e forse tutta la grande pianura. Era stato così in tempi remoti, milioni di anni prima.

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 Le notti piovose si susseguivano accompagnate da violenti terremoti che non lasciavano pace. Anche con il sole del giorno non era possibile spostarsi a causa delle scosse e delle frane continue di rocce e terra che scendevano a valle rombando. Il torrente, amichevole e bonario che le aspettava in fondo era diventato un fiume impetuoso e turbolento e i vortici di acqua scavavano in continuazione il fondo erodendo le rive, allargandone sempre più il letto, asportando e trasportando a valle il nuovo materiale in arrivo dalla montagna. I ragazzi vivevano nell'auto presso il riparo roccioso che speravano li avrebbe protetti ancora, come aveva fatto fino ad ora, dalle frane che scorrevano ai lati del loro rifugio come fiumi di fango, trasportando rocce enormi e alberi. Erano terrorizzati, scombussolati, non riposavano, vedevano il panorama cambiare in continuazione e udivano il rumore costante e rombante della natura in movimento. La seconda automobile era stata ridotta ad un ammasso informe di lamiere colorate da una grande roccia che era rotolata, rimbalzando sopra quella che li proteggeva. Non si vedeva traccia delle mucche e degli animali, e neppure della casa colonica dei vicini. La precarietà della situazione era sconvolgente. Si limitavano ad uscire per i bisogni corporali e Brie tentava di rifiutare perfino quello. Durante il giorno approfittando di un momento di calma, erano scesi rapidamente nella cantina segreta per riportarne borse di viveri che consumavano freddi o cuocendoli sulla griglia da campeggio e in un focolare realizzato con cerchio di pietre presso l’auto, distrutto ogni notte dalla pioggia. Utilizzarono soprattutto un fornellino a gas alimentato da una bomboletta e una piccola pentola all'interno dell'auto. Non rinunciarono al caffè che dava loro un senso di continuità possibile. Nessun problema naturalmente per l’acqua. Quella piovana che raccoglievano nei recipienti era assolutamente limpida e pulita. Anche l’aria era pulita, tersa e profumata, di fango e terra smossa, un odore penetrante e onnipresente che aveva sostituito quello dei fiori e dell’erba. Avevano deciso di risparmiare il gas per ora ma il focolare ogni notte si spegneva soffocato dall'acqua e la griglia era sembrata loro la soluzione migliore ma praticabile solo saltuariamente utilizzando carbonella perché la legna che accumulavano spariva costantemente ogni notte o era fradicia e fangosa. Ne avevano un solo sacchetto. Lentamente la luna scomparve, i terremoti rallentarono la loro potenza distruttiva, il sole del giorno stabilizzò i nuovi pendii e poterono finalmente azzardarsi e inoltrarsi ad esplorare la nuova situazione. La prima cosa che videro fu, in lontananza, il maestoso castello ancorato ad una roccia grande come una montagna che pur privato delle torri e con le murature sbrindellate si ergeva ancora, imponente vestigia, a sorvegliare la sua valle. L’intero profilo della vallata era totalmente cambiato. I pendii si svolgevano più o meno dolcemente fin dove arrivava la vista, bruni e fangosi, fino al fiume enorme, gonfio d'acqua e molto più vicino di prima, che ne tagliava e definiva i piedi. Le montagne apparivano quasi immutate anche se quella più vicina a loro sembrava molto più alta. I loro pendii mostravano la roccia nuda fino a dove iniziavano quelli argillosi da cui emergevano come testimoni di un tempo che non sarebbe mai più tornato, in contrasto ai resti del castello che si ergeva a testimoniare la presenza e la resistenza dell’uomo. Lo sguardo vagava su quella desolazione ma notarono con sollievo che non tutto era scomparso. Macchie verdi resistevano a macchia di leopardo alla base delle rocce, in vallecole protette e in contro pendenza. Residui di boschi e di prati. Anche il paesaggio attorno al loro rifugio era cambiato ma la casetta era ancora solidamente in piedi, mostrando solo qualche crepa nei muri. Una costruzione bassa e leggera, costruita su un pianoro roccioso che esisteva ancora. Ridotto in larghezza, da una scarpata creatasi in seguito ad una spaccatura del terreno, il pianoro si era allungato sopra la collinetta che non esisteva più. La valletta a forma di cucchiaio sottostante, si era riempita in parte assumendo una forma di lieve pendio uniforme ma, alla base, il boschetto aveva resistito anche se pareva avere cambiato forma. Il rifugio dei carpini aveva complessivamente resistito: fu una constatazione improvvisa che li colpì con la vista di alcune mucche rifugiate o impigliate, non era facile da capire, nel boschetto. Camminarono su quella che era stata una stradina sommariamente asfaltata e che ora era completamente scomparsa assieme alla collinetta, fino al luogo dove avrebbe dovuto trovarsi la casa colonica dei vicini. La loro sorpresa fu grande quando si resero conto che esisteva ancora, sotto forma di macerie e residui di murature ma esisteva, sempre appoggiata alla grande roccia e sempre dominante la vallata sottostante con il fiume molto, molto più vicino ora. La roccia, una intera parte di montagna, si era spostata integralmente scendendo leggermente più a valle assieme ai terreni che la circondavano. Due mucche stavano ruminando quiete il fieno di alcuni balloni rotolati fuori dal fienile ma il fienile stesso, una struttura in lamiera a forma di cupola, c’era ancora ed era integro. Si avvicinarono chiamando, sperando di essere uditi da qualcuno ancora vivo. - Roberto, Enrica. - Una voce debole li chiamò da dentro la cupola. Corsero verso i cumuli di fieno sottosopra e dall'interno udirono ancora la voce che li chiamava. C’erano tutti. Sdraiati sul fieno, emaciati, deboli ma vivi: Bruno e il casaro, il vecchio e anche la signora sulla sua sedia a rotelle. Bruno aveva un braccio rotto e la signora un brutto ematoma alla faccia che bilanciava le gambe gonfie rendendola quasi informe, il vecchio sdraiato a terra immobile, il casaro rincantucciato tra due grandi balle di fieno disposte ad angolo che accarezzava le orecchie dell’asinello in piedi accanto a lui.

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 Dopo averci accompagnati alla zona dove, secondo loro anche se non lo sembrò certamente a noi, sarebbe stato possibile attraversare il fiume, ci diedero una dimostrazione di come l’ingegnosità umana poteva, volendo, fare veri e propri miracoli. Il fiume scorreva impetuosissimo scontrandosi con punte rocciose che emergevano come temibili scogli fra l’uno e l’altro dei grandi piastroni rocciosi. La distanza non era grandissima, poco più di cinquanta metri a occhio e croce ma almeno a prima vista, insuperabile. Sfruttarono un sistema di corde e cavi, agganciati ad una piattaforma di legno e metallo posta ed ancorata sul piastrone roccioso d’arrivo e una sorta di zattera che poteva essere trascinata attraverso zone di relativa quiete. Quelle zone si definivano nel periodo diurno a causa della diga naturale che riduceva in alcuni punti a monte, la turbolenza del flusso. Due cavi di trazione di lunghezza variabile permettevano di spostarsi tra l'una e l'altra di queste zone calme allungando o accorciando, modificando l'ancoraggio secondo la necessità. Lavorando insieme a forza di braccia ci aiutarono per la prima parte della traversata. Fino al primo piastrone, nonostante il terrore di tutti compresi i cavalli e grazie anche ai galleggianti che sostenevano il carretto da cui Leopoldo era stato sganciato, il passaggio risultò faticoso e rischioso ma avvenne senza particolari problemi. In qualche modo, sudando e quasi affogando, legati strettamente a quell'improvvisata ma robusta imbarcazione e alle sue guide, riuscimmo ad attraversare ed a raggiungere la grande roccia piana davanti a noi. Ci riposammo sull'ampia superficie spoglia e guardammo il paesaggio attorno a noi. Circondati dal fiume che appariva enorme su entrambi i lati, dal quale emergeva un altro piastrone roccioso più avanti. Ed un altro ancora più a monte. Infine, oltre il fiume, la collina cominciava a salire mostrando tratti spogli e rocciosi e valli quasi pianeggianti tra le pareti scoscese. Qui e là si intravvedevano macchie verdi che interrompevano il paesaggio grigio brunastro. Anche l’acqua del fiume era torbida e marrone, carica dei detriti e del fango che trasportava. Caderci dentro equivaleva ad una morte certa. Mentre ce ne stavamo appoggiati con la schiena al tronco di un grosso albero profondamente radicato quasi al centro del pianoro roccioso, non potei trattenere una domanda. - Ma come avete fatto ad impiantare la piattaforma di appoggio sulla roccia oltre il torrente? – chiesi. - Vedrai poi, capirai da solo. - risposero sorridendo misteriosi. Anche raggiungere il secondo piastrone, più basso sull'acqua e molto meno liscio, leggermente concavo al centro che conteneva una pozza dove ristagnava l’acqua che durante la notte lo sommergeva quasi totalmente, fu relativamente facile. Tra le due sporgenze rocciose il fiume, più largo in quel punto, scorreva con tranquillità relativa. Si presentava come una sorta di lago, formato da una diga rocciosa quasi compatta di scogli aguzzi che spingeva il flusso verso i lati, dove riprendeva la immane turbolenza della canalizzazione. Lo stesso sistema di zattera trainata a mano mediante corde e cavi stesi sopra la superficie dell’acqua, ci permise di attraversare. Non fu un’impresa proprio semplice ma non ci creò particolari problemi. L'unico tratto veramente difficoltoso da superare fu la rapida pericolosa nel canale di sfogo largo pochi metri proprio accanto alla roccia di partenza dove rischiammo di essere sbalzati fuori. Solo uno degli uomini lo fu veramente e solo grazie alle corde che lo tenevano strettamente ancorato alla zattera e a tutti noi, poté risalire senza essere trascinato dalla corrente irresistibile. Da lì alla terza roccia sulla quale finalmente arrivammo l'attraversamento fu abbastanza rapido. Era una massa rocciosa compatta, larga un centinaio di metri. Era sufficientemente piana, con una cuspide abbastanza larga ed elevata da permettervi la sosta in relativa sicurezza. La giornata era quasi trascorsa, avevamo superato oltre la metà del fiume e ci accampammo per affrontare la notte. Eravamo dieci persone, stanche ma soddisfatte. Accendemmo un falò e mia moglie e le ragazze cucinarono. Allegramente però: stanche e provate ma contente al pensiero che domani avremmo finalmente attraversato definitivamente il fiume. Le bambine cantavano giocando coi sassi. Loro avevano avuto paura ma si erano divertite. I cavalli molto meno. Legati stretti uno accanto all'altro non si sentivano sicuri, erano nervosi ma le cure di Pietro, il fuoco, le voci degli uomini e il sacchetto di biada: una razione abbondante, li tennero relativamente calmi. Prima che iniziasse a piovere Pietro coprì loro gli occhi e le orecchie con un cappuccio di tela. La notte fu infernale: il terremoto su quella superficie pietrosa e solida colpiva con una forza maggiore del solito, scuotendola e martellandola e le scosse, le ondulazioni, i sussulti ci facevano ricordare i divertimenti dei lunapark. Allora, quanto tanto tempo fa? Pagavamo per goderne le simulazioni e ci divertivamo a provare paura e disorientamento. Erano emozioni di pochi secondi quelle mentre queste duravano ore, ininterrottamente. Il rumore della pioggia sulle tende sembrava quello di un motore al massimo dei giri eppure era superato dal rombo cupo dell’acqua che scorreva impetuosa e inarrestabile nei rami del fiume. Per fortuna era totalmente buio e non potevamo vedere l’acqua che era salita di livello fino a superare la superficie della grande piastra rocciosa e a sfiorare quella della cuspide su cui ci trovavamo. O forse semplicemente la ignorammo.

Il vento: che strana sensazione. L’acqua correndo veloce smuoveva l’aria spostandola e provocando un vento sibilante e freddo che minacciava di portarsi via le tende, pur ben agganciate ai pali di sostegno appositamente predisposti come ci avevano insegnato i nostri accompagnatori e guide. Per consolarmi pensai che tutto questo, aveva certamente richiesto   un enorme lavoro di progettazione e preparazione e dunque ci dovevano essere stati buoni motivi per realizzarlo.

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