Titoli

16) La globalizzazione e l’uomo sociale

17 ) Acqua da risorsa a problema

18 ) La vera sostenibilità ecologica è per tutti, non solo per pochi

La globalizzazione e l’uomo sociale

Il concetto di globalizzazione ed il suo contrario ed alternativo, il nazionalismo, ed il conseguente recente richiamo populista al concetto di nazione o patria, non come massima espressione culturale di orgogliosa appartenenza ma come scudo difensivo contro l’invadenza degli altri, chiunque essi siano, l’intolleranza e l’omofobia ed il razzismo, ed il tentativo di giustificarli teoricamente.

Personalmente mi ritengo cittadino europeo, di nascita cultura e formazione italiana di cui vado fieramente orgoglioso e in questa condizione intendo rapportarmi al mondo intero, rispettando e pretendendo il rispetto di tutti i valori miei perché li ho, e di chiunque possa incontrare.

Oggi vedo sorgere sempre più forte il richiamo populista al concetto di nazione o patria, non come massima espressione culturale di orgogliosa appartenenza ma come scudo difensivo contro l’invadenza degli altri, chiunque essi siano e vedo crescere l’intolleranza e l’omofobia ed il razzismo ed il tentativo di giustificarli teoricamente e peggio, tentare di giustificare l’uso della forza, sia tra individui che tra gli stati, a scopi difensivi, preventivi, o per imporre (esportare) la democrazia, cioè il nostro modo di vedere ed intendere le cose, solo per ridurre i motivi di aggressione e di concorrenza economica.
Cosa centra questo con Il concetto di globalizzazione ed il suo contrario ed alternativo nazionalismo meglio definibile come campanilismo o forse ancora meglio come localismo in quanto spazialmente più ampio, in tutte le sue accezioni: il campanile, la patria, la nazione, l’appartenenza etnica, la tradizione, il commercio a chilometri 0, il rapporto personale con gli impiegati agli sportelli degli uffici, con il barista del locale abituale o preferito… Io ti conosco, o posso conoscerti se lo ritengo necessario!
Tutto concorre a definire uno status, proprio e limitato, del gruppo di appartenenza sociale; l’identificazione con la realtà quotidiana, concreta e vicina, controllabile direttamente, ancorata alle radici culturali. 
Piccoli branchi di persone che individuano e marchiano il proprio territorio per mantenere una personalità all’interno di quel processo inarrestabile o comunque, per necessità imposta dalla convenienza economica, condiviso ed accettato. 
Oggi si sente parlare al telegiornale degli attacchi dei pirati senegalesi ai pescatori mauritani e del conseguente impoverimento dell’economia locale dei paesi rivieraschi della Sierra Leone. 
Se ne parla come della carenza di pesce a Rimini che impone il fermo totale della pesca nel periodo di riproduzione: entrambe le situazioni hanno ripercussioni economiche sul costo del pesce nei nostri supermercati e perciò ci interessa, tuttavia se i pescatori di Riccione sono fermi e non percepiscono il salario, la cosa ci tocca da vicino mentre, se muoiono di fame o sfruttamento in Mauritania, molti di noi si domandano dove anche solo geograficamente si trovano questi posti. 
Saranno in asia? maledetti giapponesi che pescano tutto il merluzzo e le balene, oppure in africa? Maledetta globalizzazione ecco che adesso arriveranno altri sbarchi di immigrati africani e noi dovremo mantenerli. Che ci pensi l’Europa!
Arrivano gli immigrati di cultura e tradizioni e religioni differenti e diviene necessaria l’integrazione ma per ottenerla è necessaria la tolleranza; però ogni gruppo di ogni cultura, man mano che si rafforza nel nostro ambiente tende ad imporre il proprio credo, che rappresenta l’equilibrio di un popolo o di un individuo con la propria storia e con il proprio ambiente naturale e di relazione; ciò avviene creando squilibrio tensione ed ansia, premessa generale di contrasti futuri alimentati demagogicamente dai media che trasformano ogni singolo episodio locale in un problema generalizzato il quale se prima non esisteva, poi non può più essere ignorato. 
La globalizzazione è sostanzialmente un fenomeno esclusivamente economico, possibilità di raggiungere o conseguire un bene più grande ma nel futuro che, almeno nella teoria, sia a disposizione di tutti, ma nel futuro. 
In tale condizione in fondo, qualunque esso bene sia, non servirà mai a nessuno in particolare poiché per conseguirlo occorre spostare pressoché all’infinito la possibilità ed il momento di poterne godere direttamente non potendo concretizzarlo su noi stessi; nel frattempo, viene massimizzata l’efficienza e anche la qualità perché no, della vita, dei servizi e delle possibilità immediate, sacrificando però alla produzione, i valori della relazione personale, le tradizioni, l’attaccamento per un lavoro dai contorni e dai fini incerti; sacrificando il lavoro stesso che oggi viene sempre più a mancare, i legami familiari, la solidarietà, i beni comuni, la giustizia sociale a cui viene attribuito un mero valore economico. 
I giovani non desiderano più possedere un’auto o una casa ma invece desiderano avere i soldi necessari per disporre di un’auto o di una casa, degli oggetti necessari al semplice uso al momento del bisogno. Consumismo! 
Si pensa allora: una volta lavoravo per vivere e conseguire risultati, oggi vivo per lavorare e conseguire risultati.
Con l’avanzare dell’età o con il diminuire della sicurezza e del benessere fisico, la sensazione di non poter facilmente controllare la propria quotidianità provoca un senso di inquietitudine diffuso;
si torna a sentire sempre più forte il richiamo delle proprie radici; ci si identifica anche da lontano, con situazioni ed ambienti e valori che fino a ieri erano apparsi come vincolanti e restrittivi, limitanti la propria possibilità di crescita, provinciali. 
Tornare al paesello fa recuperare la sensazione di appartenenza che prima si desiderava dimenticare, perdere o nascondere. 
Il desiderio di fare nuove esperienze scema, si ricerca la qualità delle relazioni personali e soprattutto il rapporto con i posti, i luoghi noti e rimembrati; ci si accoccola nella riesumazione dei ricordi, ed in parte delle emozioni profonde.
Gli obiettivi da raggiungere appaiono o inarrivabili o già raggiunti e la rassegnazione o la sazietà, fanno desiderare la semplicità, ottenibile solo vivendo a livello locale; il godimento di beni comuni come il paesaggio e l’aria, senza la necessità di dover competere per possederli, il contatto con le persone o le cose che si amano o si sono amate. 
L’ossessiva ricerca del nuovo viene sostituita dalla richiesta di restauro o molto peggio, dall’ossessiva richiesta di conservazione ed immobilismo.
In un ambiente più ristretto le persone vivono in contatto e vivono momenti di vita comunitari, godono di sentimenti, positivi o negativi, più profondi di quelli raggiungibili tramite i social network o le relazioni virtuali e globali, non formate da realtà individuali; sono realtà con ideali ed etiche imposte o proposte, le quali devono essere accettate acriticamente, in nome del Progresso e dello Sviluppo, correndo sempre il rischio di perdere il contatto con la realtà del chi sei, qui ed oggi.
Una volta ci si rattristava della morte di una persona conosciuta e frequentata e se si poteva ci si portava al funerale, come capita ancora nei paesini dove maggiore è il contatto tra la gente, per partecipare al dolore condiviso della perdita; oggi si viene a sapere che il tale con cui si avevano contatti via internet a New York, è scomparso e si partecipa cliccando un mi piace sulla notizia.
Il risultato della globalizzazione dei rapporti umani è un aumento certo della solitudine!
Il mondo cambia e il clima, globalmente, pure, ma gli effetti che noi vediamo e l’ambiente su cui si esplicano è solo quello che ci circonda realmente e sul quale, realmente, possiamo o soffrire o intervenire. 
L’uomo ha bisogno di limiti individuabili, per potersi porre obiettivi raggiungibili e subire la frustrazione di non averli o godere la soddisfazione di averli raggiunti, indipendentemente dalla tecnologia disponibile ed utilizzata per raggiungerli. 
Certo è che la tecnologia moderna consente di perseguire e raggiungere risultati con meno fatica rispetto ad una volta ma non vale il confronto tra ora e allora, perché sono risultati e obiettivi differenti e se allora ci si lamentava dello sforzo fisico e del troppo lavoro necessario, anche oggi si fa lo stesso. 
La globalizzazione è un affare di stati che considerano e propongono tramite i media informativi il Pil (Prodotto Interno Lordo) come l’indicatore indice del benessere, trascurando il senso di appagamento dovuto all’emozione di aver conseguito un risultato e la possibilità di scambiarlo sul piano sociale con il rispetto o la sicurezza etc. Il benessere non economico ma sociale! 
Ma lo stato stesso o l’organizzazione “globale” che pur si impongono come fossero “persone importanti“ il cui benessere deve essere superiore al tuo perché di tutti, non esistono, sono un semplice servizio!
Esiste l’uomo invece, che all’organizzazione statale delega una parte di funzioni ma non per questo, deve rinunciare a se stesso, ai suoi desideri e alle sue emozioni, alla sua struttura esistenziale, costruita a seguito di continue esperienze ed adattamenti e compromessi, processi naturali legati al tempo ed allo spazio del suo esistere come persona.

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Acqua da risorsa a problema

L’acqua da risorsa a problema, i termini si sono invertiti!

La vita dipende dalla disponibilità di acqua potabile cioè a bassa salinità. L’acqua marina contiene mediamente il 3% di Sali e quindi risulta tossica per l’alimentazione dell’organismo umano e la maggior parte degli organismi biologici più complessi come i mammiferi e le piante. 

L’acqua da risorsa a problema, i termini si sono invertiti!

La vita dipende dalla disponibilità di acqua potabile cioè a bassa salinità. L’acqua marina contiene mediamente il 3% di Sali e quindi risulta tossica per l’alimentazione dell’organismo umano e la maggior parte degli organismi biologici più complessi come i mammiferi e le piante. 

Alcuni esseri sono naturalmente adattati ad ambienti salmastri, come quelli alle foci dei fiumi o le lagune costiere o anche alcuni laghi ma ciò non vale per l’uomo e le sue fonti alimentari, animali e piante commestibili.

L’acqua copre il pianeta per circa due terzi ed è una quantità enorme il cui numero di metri cubi è seguito da innumerevoli zeri. L’acqua potabile o potabilizzabile (dolce) costituisce circa il 3 % del totale ma di questa circa il 2% è imprigionato nei ghiacci polari. 
Non è disponibile? No poiché quando si sciogliesse, per effetto del riscaldamento globale o comunque stagionale, essa finirebbe in mare, divenendo inutilizzabile.

Rimane l’acqua di superficie e sotterranea, circa l’1% del totale. Per rendere le dimensioni, pensate ad una bottiglia da 1 litro di acqua di cui solo 10 cm3 sono “dolci” e utilizzabili, cioè un bicchierino, molto piccolo, da liquore o un espresso corto e neppure tutto è facilmente e sicuramente utilizzabile. Questa è l’acqua su cui si basano le possbilità di vita dell’intera umanità.

Ancora, a limitare la disponibilità generale di acqua potabile intervengono fattori geografici e climatici i quali fanno si che ci sia abbondanza (da cui l’ovvio spreco) in alcune aree e scarsità più o meno assoluta in altre aree (da cui la valorizzazione). Nella maggior parte del mondo, chi governa l’acqua governa la gente, regola i suoi bisogni e definisce le sue necessità e le sue priorità. 
In Italia, per sfiducia, beviamo, praticamente, solo prodotti a pagamento.

Per finire esistono alcuni modi per rendere disponibile l’acqua, privandola dei Sali, ma ciò comporta un enorme dispendio energetico e un uso smodato di risorse petrolifere. In un tempo recente è stato pure tentato il trasporto verso alcuni paesi arabi degli iceberg distaccatisi dalle banchise ma potete immaginare i costi e la scarsità dei risultati. 

Interventi di regimazione e cementificazione senza limiti, impediscono la realizzazione dei cicli di ricarica e depurazione naturale delle falde acquifere, aumentano la velocità di scorrimento dei fiumi e alla fine, accelerando il percorso dal monte al mare, aumentano sia lo spreco che la possibilità dei danni incidentali che sono sotto gli occhi di tutti dopo ogni pioggia violenta e i conseguenti costi.
La natura nei suoi cicli integrati e costantemente mutevoli garantisce, essa sola, il ricambio e l’alimentazione, nonché la distribuzione e la disponibilità, della risorsa principale per la vita umana. 

Nessuno al mondo è in grado di intervenire sul meccanismo di riscaldamento, evaporazione, condensazione, trasporto climatico mediante i venti e infine precipitazione dell’acqua dolce, potabile e potabilizzabile, sempre buona, sempre utilizzabile e salvo interventi umani o dei mammiferi, in condizioni tali da poter essere attinta, sanificata con facilità, bevuta o utilizzata per fini irrigui, per produrre, una volta, cibo e oggi al suo posto, purtroppo sempre più spesso, “combustibili alternativi”! 

Lo dico chiaro, non sono d’accordo sull’etica della coltivazione del petrolio al posto del cibo!

Per peccati veniali, localizzati, come l’inquinamento, la natura perdona, facendo unicamente pagare un piccolo prezzo nei costi di gestione tecnologica delle sue risorse; per peccati più rilevanti ed estesi in quantità e spazio, come la partecipazione attiva alla modifica dei suoi equilibri essa, la natura, reagisce accelerando questa stessa modifica e ridistribuendo di conseguenza le risorse, con buona pace di chi non sarà stato in grado di utilizzare il buon senso e la ragione, per avidità commerciale e sete di potere, con grande gioia di chi quelle stesse risorse le ha sempre desiderate e ora pian piano si ritroverà a possederle. Un saggio maestro mi ricordava: esiste sempre un luogo più sfortunato, un sud del mondo, ma il mondo gira e prima o poi potrebbe toccare di nuovo a noi.
Non esiste governo universale dell’acqua o del cibo, così come non esiste governo universale di nessuna risorsa energetica naturale, sorretto da buon senso, equilibrio e disponibilità umanitaria, e dunque rimangono solo guerre per il controllo locale delle risorse, piccole e grandi guerre per il potere e il profitto immediato, e neppure si prende in seria considerazione lo spreco e lo scorretto utilizzo. Gli interventi minimi necessari ed utili, essi stessi e la loro conoscenza e notorietà, diventano pretesti, non per interventi condivisi ma per ipotesi di privatizzazioni e ulteriori sfruttamento e contaminazione.

I governi nazionali e locali dovrebbero pianificare e non speculare, essendo a conoscenza dei meccanismi naturali e dei loro cambiamenti , indirizzare le necessarie modifiche degli stili di vita e delle produzioni industriali ed agricole, in vista di differenti, prevedibili situazioni. Dovrebbero preoccuparsi di rendere “semplicemente” sicura e sanificata, disponibile, l’acqua da bere, proporre e garantire utilizzi e riutilizzi differenziati per i vari stadi di consumo e contaminazione. Basterebbe che le vaschette dei WC utilizzassero, obbligatoriamente, la doppia valvola per il piccolo scarico e per il grande, per realizzare un risparmio idrico assolutamente rilevante; ma non è la logica a decidere bensì il fine di profitto immediato, sostenuto da campagne mediatiche di informazione mirata e parziale.

Oggi, da noi in Italia, al nord come al sud, ancora, miriadi di paesi, intere città, scaricano impunemente i loro residui nei fiumi nei laghi, in mare in prossimità delle coste, senza depuratori. Le falde sotterrane cui attingere per gli acquedotti sono scese ad oltre 100 m; al di sopra non sono più sane eppure anche quelle sono minacciate per esempio dai pozzi geotermici per le nuove forme di energia “rinnovabile”, le zone di ricarica sono minacciate dagli accumuli organici delle biomasse per combustione e cogenerazione elettrica etc ; gli agricoltori scaricano eccessi di nitrati ed altri componenti insalubri senza alcun controllo e questo solo per restare nel regime della legalità.

Potrebbe finire il petrolio ed anche il gas, tutto sommato non sarebbe un insuperabile problema ma l’acqua lo sarebbe . 

Nessuna risorsa naturale ha più valore sociale ed economico dell’acqua: Dio o la Natura, come si voglia, ce la danno: a noi compete solo utilizzarla al meglio, sapendo che ogni volta che la tocchiamo la alteriamo e modifichiamo, sostanzialmente, poco o tanto, inquinandola; dovremmo usarla pensando anche che potrebbe prima o poi, venire a mancare o più probabilmente a costare troppo per potersela permettere. 

Il bicchierino piccolo e buono del litro iniziale deve servire per bere, cucinare, lavarsi, irrigare, produrre energia e materiali e poi per ogni altro uso possibile: diviso in tante parti non ce ne resta molto, o no? 

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La vera sostenibilità ecologica è per tutti, non solo per pochi

Se l’uomo è l’unico essere vivente in grado di modificare l’ecosistema, come intervenire per preservarlo alle generazioni future?

Solo l’uomo, tra tutti gli esseri viventi sulla terra, è in grado di accelerare volontariamente le variazioni all’equilibrio del pianeta modificandone le condizioni.

Solo l’uomo opera in grande scala per migliorare la propria vita e può goderne vantaggi, ma è anche il primo a pagare per le scelte sbagliate; piante e animali si estinguono, semplicemente, silenziosamente. 

“Eco”, è sinonimo di equilibrio tra tutte le componenti della natura: l’acqua, l’aria, le piante, gli animali e l’uomo. Un equilibrio dinamico e in continua mutazione, anche se lenta, tra molteplici parametri interattivi. 

Cosa significa dunque “sostenibilità”? Sacrifici per pochi benefici per molti?

Il progresso, la tecnologia più sofisticata e attenta al risparmio energetico, all’efficienza ed efficacia delle prestazioni, permetterebbero il cammino virtuoso dell’eco sostenibilità ambientale, l’ampliamento globale a tutta la popolazione umana dei benefici. 
Purtroppo è necessario utilizzare il condizionale. I benefici immediati e certi sono più importanti dei costi futuri ignorati e incerti.
Gli esempi li abbiamo davanti agli occhi: benefici per pochi, sacrifici subito a carico di molti, agli altri parole di speranza per miglioramenti futuri. 
Senza finanziamenti non si potrebbe sostenere il piano di potenziamento dell’uso energetico alternativo. 
Molti devono pagare di più le bollette, pochi godono realmente gli incentivi, e i vantaggi. 

Se fosse risolutivo, alberghi sulle spiagge e ospedali sarebbero tutti, obbligatoriamente, dotati di impianti solari. 

Vivere coincide necessariamente con l’inquinare, che significa poi solo modificare lo stato delle cose per adattarlo alle nostre esigenze ma fino a un certo punto, oltre il quale gli effetti dei cambiamenti si estendono fino a diventare deleteri. 

Una città cresce, le auto migliorano lo stile di vita delle persone, permettono servizi migliori, orizzonti più ampi. Poi crescono di numero.

Molte persone vogliono accedere ai benefici, e poi sono costrette a farlo; la vita migliora ma il traffico aumenta, con il rumore, l’inquinamento dell’aria, la situazione di stress, così gli orizzonti, più ampi, sono raggiunti e superati. 
La qualità della vita dei singoli peggiora pur se le auto sono sempre migliori. 

Si brucia il petrolio perché costa poco e si chiamano alternative le fonti primarie, acqua, vento e sole, il cui utilizzo reale è molto costoso, più del petrolio, e con vantaggi limitati spazialmente.
L’impronta ecologica delle energie alternative è grande, tremendamente profonda e sporca. 

La sostenibilità dovrebbe essere valida non solo per la regione, l’Italia o l’Europa, ma per il mondo, invaso da sette miliardi di bocche da sfamare e da rifornire di quei servizi, essenziali, che per noi sono ormai scontati. 
La burocrazia imperversa. Gli slogan governano il sistema.

Permanendo così le cose, oltre a mantenere gli effetti negativi presenti, si avranno effetti economici e politici sempre più deleteri, che tutti dovremo pagare. 

Produrre biocombustibili sottrae terra alla produzione alimentare, pur tecnologicamente potenziata; realizzare impianti che richiedono, come minimo, attente e oculate gestioni e controlli professionali “veri”, in aree che hanno caratterizzazioni produttive differenti, inquina; 
costruire nelle aree golenali e viverci perché costa meno, fa pagare a tutti insieme, i danni per le alluvioni. 
Il pubblico e il grande sistema, impediscono ai privati cittadini interventi su cui potranno effettuare speculazioni costose come osteggiare inceneritori termoconvertitori di fine ciclo e realizzare discariche, inquinanti per duecento anni, come “Conservare” gli alvei fluviali e i boschi, senza una manutenzione che viene proibita ai privati, ed è eccessivamente onerosa per gli enti pubblici, che genera sicure emergenze, come inneggiare, giustamente per altro, ad un cambio nello stile di vita ed alla raccolta differenziata, senza dedicare che minimi sforzi alla riduzione della produzione, generata dai consumi, ed al recupero possibile ma soprattutto, sottacendo il sistema rilevante economicamente, e riservato, di gestione dei rifiuti prodotti e degli annessi dello smaltimento.

 

Esiste una borsa internazionale del rifiuto.
Il rifiuto posto all’esterno non è più proprietà del produttore, pur già abbondantemente tassato per questo, ma del Comune che lo vende, a buon prezzo, agli impianti specializzati: il 100% di raccolta differenziata significa tonnellate e significa il 100% degli introiti oltre che dei contributi concessi; a nessuno viene detto, con trasparenza, che fine fanno gli uni e gli altri. 

Si spera sempre sia per il bene comune.

Permane la stupidità della semplice combustione di una materia prima insostituibile come il petrolio; è un meccanismo noto: si spostano dunque i benefici prima e poi il problema usandolo in altri luoghi..., per produrre i componenti necessari ad utilizzare le energie alternative: 
Il mondo cambierà, non verrà salvato né danneggiato, ma la specie umana riuscirà a sostenersi “ecologicamente”?


Antonio Balzani 
dal pubblicato su Sole 24 ore speciale Ecomondo 2014) 

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