Titoli

 

10) Inquinamento e clima. Le emergenze ricorrenti. L’Ozono

11) Combattere burocrazia e illegalità 

12) Protezione civile e volontari.

Inquinamento e clima. Le emergenze ricorrenti.

L’Italia, il paese delle emergenze ricorrenti.

Le anomalie termiche, l’ aumento dei giorni caldi soprattutto delle notti con la contemporanea diminuzione dei giorni gelidi e nevosi invernali, sono divenute un fenomeno normale anche in Italia.
L'inquinamento da ozono, smog fotochimico o smog estivo è un problema reale.
Dall’ozono non ci si può difendere, si può solo attivarsi per contenere il danno, certo, prima dell’insorgere di emergenze sanitarie adattandosi a contenerne gli effetti ma facendolo prima dell’estate.

L’Italia, il paese delle emergenze ricorrenti.
Senonché se sono ricorrenti significa che non sono improbabili né tantomeno imprevedibili, dunque neppure possono divenire se non casualmente emergenze!

L’inquinamento in Italia uccide quasi 60 mila italiani e costa alle casse dello Stato circa cinquanta miliardi di euro.
35 giorni Il numero massimo di superamenti consentiti dalla legge in un anno per le concentrazioni di Pm10 al limite di 50 microgrammi per metro cubo.
Le concentrazioni sono misurate dalle centraline, poste un pò ovunque nelle aree metropolitane italiane gestite generalmente dalle ARPA o da altri enti scientifici.
48 capoluoghi di provincia nei quali oltre la metà, anno dopo anno, questi valori limite sono regolarmente ed abbondantemente superati. 
La stagnazione degli inquinanti dipende dal clima locale del momento e naturalmente dalla produzione ed immissione di particolato a causa del traffico e dei sistemi di riscaldamento domestici ed industriali.
E questo vale per la stagione invernale principalmente. Un’emergenza ricorrente.

Sta per arrivare una prossima, anch’essa ricorrente e climaticamente vivace primavera, con vento e precipitazioni che favorendo frane e smottamenti e inondazioni, ripuliscono l’aria delle città permettendone il ricambio con la dispersione delle concentrazioni nei cieli comuni al mondo cui seguirà una estate che garantirà l’arrivo puntuale di un’altra ricorrente emergenza: il caldo e le ondate di calore.

La definizione di disastro e l’Emergenza:
l’EM-DAT, Emergency Disaster, gestito dal Centre for Research on the Epidemiology of Disasters (CRED) – Centro collaborativo dell’OMS dell’Università di Louvain, definisce gli eventi come disastrosi, allorquando si verifica una delle seguenti circostanze:
a) 10 o più vittime b) 100 o più persone colpite, c) dichiarazione di uno stato d’emergenza, d) richiesta di assistenza internazionale.

Le anomalie termiche, l’ aumento dei giorni caldi soprattutto delle notti con la contemporanea diminuzione dei giorni gelidi e nevosi invernali, sono divenute un fenomeno normale anche in Italia.
Le ondate di calore tuttavia sono facilmente prevedibili: 4 o 5 mesi di tempo saranno o sono sufficienti per non trovarsi poi a sentir parlare di emergenza ozono, emergenza caldo emergenza clima?

Emergenza ricorrente: mancanza di pianificazione? Sottovalutazione cronica? Mancanza di risorse? Spreco accettabile di costi sociali e sanitari indotti dalle conseguenze pur note ed attese? 
Forse è solo più popolare e redditizio, da molti punti di vista differenti, parlare ed affrontare emergenze con grande rilievo ed enfasi che non lavorare in silenzio, metodicamente e concretamente per evitarle e risolverne o minimizzarne la ricorrenza e gli effetti.

Tra gli altri c’è un cattivo, un inquinante sfuggente, poco noto ai più ma molto pericoloso, di origine naturale, fortemente legato al clima ed al calore estivo e all’inquinamento presente che si somma alla presenza di pollini e spore per produrre effetti rilevanti su donne, bambini ed anziani.
Addirittura una città su tre o più ha superato e supererà il valore soglia che in questo caso è solo di attenzione e consiglio per l’attuazione di interventi, non di protezione per la salute. 
Dall’ozono non ci si può difendere a nessuna concentrazione, si può solo attivarsi per contenere il danno certo prima dell’insorgere di emergenze sanitarie cioè prima dell’estate.
L'inquinamento "da ozono", è meglio conosciuto e presentato come “smog fotochimico o smog estivo”
Normalmente sotto accusa c’è la pianura padana mentre per l’ozono sono soprattutto le città di mare a soffrirne: Genova, Rimini etc.
Nel 2014, i limiti sono stati superati in 28 capoluoghi di provincia. I dati sono lì a disposizione di tutti.

Non si dovrebbe uscire e starsene al fresco, si dovrebbe stare lontano da boschi e valli in fiore. Che bello! 
Insediamenti sicuri e salute dipendono da integrità e disponibilità di acqua e aria, suolo fertile, stabilità dei territori.

Come è stato affrontato nell’informazione diffusa l’inquinamento da ozono? 
Considerato il periodo estivo e la maggior azione nelle città di mare, lo stare all’aperto ed esposti al sole, il fare attività fisica che contraddistingue il periodo, si è preferito fare confusione e presentare al mondo qualcosa che ha il nome in comune ma che nulla c’entra: il buco nell’ozono. 
La presenza ed immissione di gas ad elevata persistenza (come i freon) interagiva con la fascia protettiva di ozono presente nell’alta atmosfera contro gli effetti delle radiazioni ultraviolette (mutagena) del sole. 
Il buco, il suo indebolimento periodico, è localizzato ma qualche anno fa tutti pensavano che andando a Marina di Massa a Rimini o al Circeo, ne avrebbero affrontato gli effetti e dunque tutti hanno comprato e comprano nuovissimi e costosi prodotti (creme) ad elevata protezione che per quanto utili non preservano certamente dall’azione della presenza di ozono a terra.

I sintomi per l’uomo sono irritazioni agli occhi, al naso, alla gola e all’apparato respiratorio senso di pressione sul torace e la tosse (forte azione irritante nei confronti delle mucose) chi non le prova quotidianamente? 
Concentrazioni di ozono superiori a 75 microgrammi/mc hanno provocato o quantomeno facilitato morti in esubero in almeno 13 città italiane.
Fonti di informazione sono disponibili per tutti presso APAT (dati ambientali), progetto EPIAIR inquinamento atmosferico e salute , EEA europeo etc.

Una cosa però è certa: le elevate temperature sono associate a livelli di ozono critici!
L’ozono è un gas altamente tossico e per questo utilizzato come disinfettante ambientale (ozonizzatori su bus e treni ).
Può essere emesso in maniera significativa da strumenti elettrici ad alto voltaggio, quali motori elettrici, stampanti laser e fax, da apparecchi che producono raggi ultravioletti, da filtri elettronici per pulire l’aria, che inquinano gli ambienti di vita.
Viene prodotto in atmosfera dalla reazione tra ossidi di azoto e composti organici volatili, inquinanti primari, con raggi solari.
Ha un forte odore pungente noto a tutti, infatti si percepisce facilmente prima delle piogge dei temporali: odore di pioggia!

L’inquinamento atmosferico ha reso le malattie croniche sempre più diffuse. 

Pianificare potrebbe essere pensare alle soluzioni di contenimento e limitazione degli effetti con un pò di anticipo? Quale intervento sociale potrebbe prevenire l’emergenza? 
Politiche organiche di lungo periodo relative alla riduzione delle emissioni ed al potenziamento dei sistemi di contenimento degli effetti, determinerebbe anche risparmi economici oltre che di vite? 

Le più recenti indagini mostrano che lo smog estivo ed il forte inquinamento atmosferico possono portare ad una maggiore predisposizione ad allergie delle vie respiratorie.
I valori più elevati di ozono si raggiungono in zone rurali, quindi non sta meglio chi sta in campagna. Gli inquinanti da traffico e quelli da bosco, l’ozono, il calore, i pollini sono in competizione per provocare allergie agli uomini.

In natura per nostra fortuna esiste la tendenza all’equilibrio per cui anche gli inquinanti tendono ad esso. L’ozono in eccesso molto reattivo, può essere significativamente consumato chimicamente dall’altro reattivo composto, l’ NO emesso dai veicoli a motore e dai grandi impianti di combustione.
Dunque sportivi e corridori: lungo le siepi dei parchi ai margini delle strade trafficate dove è più probabile imbattersi nell’area di guerra tra i due contendenti, dovrebbe crearsi il sentiero ideale per correre in una stretta striscia meno inquinata. Tutto da ridere.

L’inquinamento atmosferico urbano rappresenta il problema principale sia dal punto di vista ambientale che sanitario, considerato che gran parte della popolazione vive nelle zone urbane ed in esse si concentrano la gran parte delle attività antropiche potenzialmente inquinanti. 
Sono le aree statisticamente considerate e classificate come le più vivibili e felici: Parma Novara, Torino, Milano, Mantova etc. Così ci vengono presentate quando non si parla di emergenza. 
Il fenomeno dell’inquinamento atmosferico è direttamente connesso al modello di sviluppo economico e sociale presente in un paese. 

Statisticamente si parla di incremento del rischio. Politicamente si parla di promesse non mantenute ed obiettivi di lungo respiro. Economicamente si parla dei costi per la prevenzione, l’assistenza, la cura ma soprattutto dei benefici per l’economia connessa all’induzione di consumi, sviluppo di nuovi prodotti ed offerta di servizi, creazione di posti di lavoro. 
Un’analisi in ogni caso spietata e disumana. 

Purtroppo non siamo soli; anche nelle città europee, circa il 90% della popolazione è esposta a livelli di inquinamento atmosferico superiori ai livelli massimi indicati dalle linee guide dell’OMS sulla qualità dell’aria.

I limiti: il limite obiettivo UE è fissato a livello di una concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo d’aria di micro polveri o smog. 
Non è dimostrata la presenza di alcuna soglia nella relazione tra inquinamento dell’aria e i suoi effetti nocivi sulla salute.
Fattori di maggiore suscettibilità all’ozono sono individuati per le persone più anziane specie le donne e i bambini, a maggior rischio perché trascorrono gran parte del periodo estivo all'aperto impegnati in attività fisiche, inalando quantità maggiori di ozono.
Quelle con particolari problemi di salute (malattie cardiovascolari e respiratorie) sono più vulnerabili agli effetti dell’inquinamento in generale. 
Il limite obiettivo per l’Italia è di 120 microgrammi mc in media per otto ore senza superamenti continui oltre le tre ore.
Il livello naturale di concentrazione è compreso tra i 20 e gli 80 microgrammi per metro cubo di aria.

Le concentrazioni di ozono o smog fotochimico, sono influenzate da diverse variabili meteorologiche come l'intensità della radiazione solare, la temperatura, la direzione e la velocità del vento: dunque esistono sistematiche variazioni stagionali nei valori.
Nei periodi estivi, l’irraggiamento solare è maggiore, l’alta pressione, le temperature elevate, la ventilazione ridotta, favoriscono il ristagno e l'accumulo degli inquinanti. Soprattutto nelle città.

Una corretta pianificazione delle azioni sociali di contenimento e prevenzione dell’emergenza sanitaria, derivante dalle ondate di calore, assolutamente prevedibili e tutto sommato non difficilmente contrastabili, comporterebbe per l’Italia risparmi di circa 5 miliardi per anno ma certamente meno morti e forse porterebbe incentivo e beneficio anche ad altri settori.
Limitare gli impatti (sull’ambiente e la salute) di eventi climatici anomali, investe capacità tecniche e gestionali,
sistemi di prevenzione e risposta alle emergenze, adattabili ai contesti ambientali su cui si deve intervenire.

Il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel febbraio 2005, considera l’adattamento ai cambiamenti climatici
come una necessità a livello nazionale. (artt. 4.1b e 4.1e).

Gli inquinanti sono sempre presenti in atmosfera ma i più critici per le elevate concentrazioni nelle città sono PM10, NO2 e O3 oltre ai composti organici volatili non metanici (COVNM). 
Pensate alla benzina per esempio o alle essenze profumate dei boschi: i “terpeni” odorosi sono sostanze organiche molto volatili, molto reattive.

Cosa fare? 

Occorre pianificare precocemente molto prima dell’estate efficaci interventi di prevenzione a livello nazionale e locale. Dal momento che nel corso di una stagione estiva sono le prime ondate di calore quelle che determinano il maggiore impatto sulla mortalità statistica 0o comunque sulla salute . 

Qualsiasi sia l’intervento “urgente”, emergenziale, dei governi contro l’inquinamento atmosferico (come anche per le altre normali e ricorrenti emergenze terremoti frane ed alluvioni) sarà, sempre e comunque, troppo poco e troppo tardi. 
Ogni anno è sempre la stessa storia: emergenze ricorrenti. 

Antonio Balzani 
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Combattere burocrazia e illegalità

Qualificazione e professionalità per combattere burocrazia e illegalità - Il sistema Parma

Purtroppo in crisi è più comodo per tutti scegliere la via del guadagno immediato, poco che sia, o l’altrettanto immediato risparmio nei costi, mediante la scelta degli interlocutori più malleabili. 

15/05/2015 - Il sistema produttivo tecnico e ambientale della provincia di Parma come nel resto d’Italia e per altro d’Europa, richiede la collaborazione stretta tra le imprese produttive, le sezioni commerciali, le attività tecniche e professionali di servizio e naturalmente gli Enti che sono preposti alla gestione burocratica della pianificazione e del controllo.
Anche a Parma come altrove la crisi si fa sentire forte e i suoi effetti appaiono deleteri come quelli dovuti al clima. 
Il collaudatissimo ecosistema mostra in evidenza le pecche che altrove sono divenute veri e propri buchi nella trama e nell’ordito. 
Le aziende faticano a investire nel nuovo e ora anche nella manutenzione dell’esistente, non certamente aiutate dalla complicazione burocratica richiesta per ogni passaggio necessario. 
I tempi richiesti sono geologici. 
Resistono quelle imprese che hanno consolidato la gestione in qualità dei processi e delle strutture. 
In effetti resiste anche l’intero sistema, ma diventa difficile dire per quanto ancora potrà farlo. 
Come una nebbia opalescente che climaticamente è un fenomeno ormai quasi dimenticato, avanza strisciando un approccio sempre meno trasparente ed efficace alle problematiche che una volta erano routine. Ci si nasconde, si cerca di evitare, si rimanda a un altro momento. 
Quando è necessario e impossibile evitarlo, si agisce scegliendo la soluzione al minor prezzo possibile, con buona pace della qualità e dell’utilità; e per contro la carta, le “tabelline” e le statistiche, piuttosto che lo studio serio di interventi mirati, concreti, sostanziali. 
La teoria si sostituisce alla pratica. Ognuno fa del suo meglio facendo il meno possibile. 
L’ambiente è stato considerato di secondo piano negli interessi nazionali e di conseguenza in quelli provinciali e comunali e locali. 
Il clima mette il dito sulla piaga, scoprendo ed evidenziando tutte le magagne passate e presenti.
I comuni non esitano a rilasciare licenze edilizie in ogni condizione senza una pianificazione se non di facciata, e senza curarsi dei probabili e certamente prevedibili inconvenienti pur di incassare le tasse conseguenti. Quartieri residenziali sorgono accanto e insieme a quartieri produttivi, in golena e sugli alvei dei fiumi. L’abusivismo parziale e lo stato di fatto eventualmente da sanare poi, diventano la prassi normale. 
La gestione dell’emergenza diventa normalità, il volontariato l’unica forza capace di intervenire dove l’Istituzione appare assolutamente inerme e incapace, e per fortuna a Parma la solidarietà e il volontariato, in tutti i suoi settori di presenza e di intervento è una realtà forte. 
È un fuoco artificiale di contenziosi, di litigiosità, di contestazioni, di mancati o ritardati pagamenti, in un ambiente in rapido degrado in cui queste cose, prima, non erano neppure pensabili. 
Il buon senso popolare afferma che non esiste un problema se non esiste qualche interesse correlato, ma oggi pare che nessuno riesca a individuare chi abbia interesse in questa situazione. 
Non certamente il sistema di servizio, non certamente i lavoratori che sempre di più si sobbarcano i sacrifici conseguenti. 
Purtroppo è più comodo per tutti scegliere la via del guadagno immediato, poco che sia, o l’altrettanto immediato risparmio nei costi, mediante la scelta degli interlocutori più malleabili. 
Si parla dell’ambiente ma non della sua valorizzazione, delle energie rinnovabili ma non del fabbisogno energetico integrato; ad esempio la Sicilia produce energia ad alto costo, da buttare perché non connessa ed integrata al continente; si parla della formazione, ma viene finalizzata a garantire lavoro a formatori teorici; si discute della necessità di “fare sistema”, si discute di tutto, spostando a un piano generale la discussione stessa, trasferendola dalla realtà concreta al bar. 
La responsabilità in prima persona, i principi irrinunciabili da perseguire, la certezza del diritto, sono aleatori scambiate con dichiarazioni populiste e demagogiche sulla necessaria certezza della pena. 
Anche per i professionisti e i tecnici dei vari settori di servizio è dura: la concorrenza è spietata, la deontologia e l’etica sono un bel ricordo, viene fornita qualunque cosa a qualunque prezzo. 
Prezzo e disponibilità sembrano le uniche parole utili oggi.
In questa situazione di attesa il sistema Parma dimostra di essere fondato su basi più forti di tanti altri. Qualità del prodotto, tecnologia di produzione, qualificazione attenta del personale operativo, internazionalizzazione, tecnici e consulenti capaci, lo studio e la scelta di soluzioni tecniche condivisibili concrete e sostenibili per investimenti, nel rispetto dell’ambiente residenziale e territoriale circostante, sono ancora la prima scelta di molte realtà produttive.
Forte di quello storico connubio positivo tra le parti che lo compongono, della qualità che ne contraddistingue e caratterizza l’immagine e anche la sostanza, il sistema incassa i colpi della crisi e tenta comunque di reagire. 
Staremo a vedere, occorre resistere per il momento per esserci ancora quando (e se)le cose miglioreranno.

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Antonio Balzani 
(pubblicato sul Sole 24 Ore centro Nord 15/12/2014)

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Protezione civile e volontari.

Protezione civile e volontari.

E’ stata presentata il 7 febbraio 2017 la proposta di legge modificata al Senato di Delega al Governo per il riordino delle disposizioni legislative in materia di sistema nazionale della protezione civile . alcune criticità riscontrate sul campo. 
La protezione civile dovrebbe essere pianificata, in base alle caratteristiche del territorio, secondo i pericoli individuati e valutati, in strutture di azione interattive, di area più vasta dei singoli comuni; almeno per aree simili e non esclusivamente per il numero di persone potenzialmente coinvolte. Il danno a una persona vale meno ed è più accettabile di quello a cento o mille? 

 

E’ stata presentata il 7 febbraio 2017 la proposta di legge modificata al Senato di Delega al Governo per il riordino delle disposizioni legislative in materia di sistema nazionale della protezione civile .
La migliore risposta all'emergenza è evitare l’emergenza. 
La protezione civile deve essere gestita a livello centrale e solo utilizzata a livello prima comunale poi provinciale poi regionale.
Il sindaco deve sapere chi chiamare ed avere risposte immediate e certe da parte di coordinamenti Prociv, istituzioni, Asl Nas, Arpa, Enti tecnici, secondo i bisogni espressi. Non deve chiamarli uno ad uno.
I volontari formati sì ma soprattutto addestrati, sono rappresentati da personale disponibile!

I mezzi devono essere equamente distribuiti e disponibili a richiesta, manutenuti ed efficienti. 
Cosa che si ottiene solo con il coordinamento e l’addestramento continuo. 
Ho in mente alcune criticità e non parlo della emergenza neve che è attuale ma della situazione più “normale” che si è verificata per esempio quest’anno, in agosto per il terremoto del centro Italia, ma anche prima all’Aquila, e prima per le alluvioni e gli esondamenti e/o le frane o gli incendi che contraddistinguono periodicamente zone “vocate“ del territorio nazionale. 
La natura è quella in cui viviamo.

L’ambiente è quello in cui viviamo, tutti i giorni, ciascuno di noi.
La presa d’atto della probabilità di un’emergenza si basa purtroppo sul senno di poi e tutti imparano a prenderne atto per il cancan mediatico, la cronaca, possibilmente nera od eroica che si sviluppa nelle tragedie. E poi dimenticano tutti, non i volontari certo ma le istituzioni.
Non c’è tragedia se non ci sono vittime?
I piani comunali esistenti o previsti delle aree metropolitane non possono essere uguali e sovrapponibili, pedissequamente, a quelli delle aree non metropolitane, a quelli delle aree montane contraddistinte da piccoli comuni con pochi abitanti molte frazioni e situazioni geologiche ed ambientali decisamente, più “naturalmente” insidiose e pericolose. 
In queste aree sono coinvolte normalmente meno persone dunque il rischio, ricavato dagli algoritmi di valutazione è inferiore.

Ma il danno a una persona vale meno ed è più accettabile di quello a cento o mille?
La protezione civile dovrebbe essere pianificata e organizzata in base alle caratteristiche del territorio, almeno per aree vaste o simili e non esclusivamente per il numero di persone potenzialmente coinvolte in aree ristrette o limitate e ricche di servizi.
Operativamente occorrerebbe accorpare i piccoli comuni secondo i pericoli individuati e valutati in strutture di azione, interattive, di area più vasta. 
Premesso questo, mi riferisco ad alcune criticità che ho affrontato e verificato spesso, operando sempre con persone di altissima qualità, capacità, volontà e disponibilità ad affrontarle. 
Sono i volontari che si trovano a operare nel soccorso della prima fase ma ancora a servizio durante l’emergenza e poi, ancora e sempre, della gente coinvolta; esclusivamente della gente, chiunque e quanta essa sia, sfollati, volontari operativi, forze dell’ordine, personale dei comuni. Di chi ha bisogno di loro di quello che sanno e possono fare.
Ogni attività di soccorso in emergenza prevede uno sviluppo in almeno due fasi: una eroica ed una successiva di stabilizzazione fino alla normalizzazione.
Collaborazione e sinergia risolvono i problemi che la prima fase di intervento non può e soprattutto non dovrebbe affrontare.
La mancanza di questa pianificazione nei piani comunali – regionali, di protezione civile inficia l’efficacia degli interventi possibili, complica e prolunga a sproposito la prima fase e tutti i rischi annessi e connessi, affidando alle singole persone i carichi e le responsabilità delle soluzioni. 
Immaginate un campo di accoglienza: allestito in fretta e furia per riparare, e soccorrere, mettere in sicurezza le persone.
Un’accozzaglia di mezzi, macchine, camion, mezzi d’opera; volontari di ogni specializzazione e provenienza, caos nelle strutture comunali; gli spazi risicati, i containers di materiali, le tende che nascono come funghi e che si ergono su spiazzi fangosi, bonificati, sotto il sole battente o nella pioggia, o nella neve. Alcuni non sono o sarebbero adatti.
Occorre fornire sicurezza operativa e aree di ristoro, di sosta, relax, di conforto, di recupero della umanità e della calma necessarie a tutti, vittime e soccorritori.

Generalmente sono tensostrutture, collegate a cucine da campo e box di servizi igienici in cui avviene tutto questo.

Mangiare, stare al coperto, stare al caldo in sicurezza questa è la prima opzione di servizio in un intervento di soccorso in emergenza. Occorre montarle e fissarle queste strutture, dotarle di impianti, elettrici, idraulici, di acqua e rifornimenti. 
Si organizza la mensa. 
Pensate ai servizi igienici, docce - wc: non possono essere tantissimi; se un centinaio di persone stanche e sporche usano queste strutture e queste non vengono mantenute pulite e curate, cosa può succedere dopo qualche giorno? Se non sono stati predisposti immediatamente, siano in piazzali polverosi o fangosi o nella neve, i sistemi di alimentazione e scarico o questi non risultano efficaci o possibili per questioni logistiche? Occorre trovare una soluzione. 
La cucina da campo: per un paio di giorni o tre vanno bene scatolami e conservati ma prestissimo soprattutto se è freddo, occorre passare a cucinare veramente.

Le cucine sono impianti tecnologici, complessi, sono gestiti da cuochi volontari disponibili e spesso veramente capaci di far fronte, senza grandi difficoltà, alle necessità di cinquanta, cento pasti ripetuti ma poi questi devono essere articolati: per colazione pranzo e cena, per fare i cestini di supporto, per rendere disponibili caffè e bevande e quanto servirà.

Molto spesso i pasti da preparare sono molti, molti di più.
Occorre avere accesso a rifornimenti di qualità omogenea e in quantità compatibili con le esigenze. Non si può fare semplice ricorso a containers che provengono direttamente dalle donazioni e contengono dieci tipi di pasta di qualità differente con differenti tempi di cottura per esempio, oppure valanghe di biscotti e niente tonno.

Spesso bisogna anche frugare fra quaderni, vestiti, giocattoli saponette e detergenti, assorbenti intimi etc,etc.
Le donazioni, se non sono quelle di grandi aziende e ben differenziate, prima di essere inviate ai campi vanno, andrebbero, selezionate differenziate, catalogate, oppure tanto vale che le raccolte arrivino direttamente ai sindaci per la distribuzione diretta.

Occorrono carne e verdure e frutta.

Occorre pianificare i centri di acquisto che rispondano ai requisiti. Possibilmente nei pressi delle aree di previsto insediamento dei campi stessi o comunque grandi centri di acquisto unificato, convenzionati, che garantiscono qualità e quantità delle forniture e anche prezzi di acquisto accettabili. 
Invece viene affidato al sindaco di turno il compito di provvedere ed egli se in buona fede, probabilmente si affida a uno o più negozi conosciuti o anche supermercati che oltre a non essere all'altezza, presto non esiteranno ad approfittarsi della situazione.

La sventura di tanti risulta essere anche la fortuna di pochi.

Difficoltà, sprechi e mala gestione sono il prezzo corrente di queste mancanze.
A una cucina da campo occorrono quantità e qualità omogenea e tracciabilità dei prodotti.
Una contaminazione alimentare che coinvolge un ristorante o una trattoria in tempi normali è certamente una brutta cosa ma se coinvolge una mensa di emergenza nelle condizioni di operatività, allora una rovina si aggiunge ad una catastrofe.

Pensate ai volontari ed alla gente, col semplice mal di pancia.
Per ottenere tutto ciò occorrono addestramento e procedure semplici ma rigorose: HACCP un acronimo che significa individuazione e controllo dei punti critici, quelli controllando i quali il rischio si può evitare non quelli dove il rischio si manifesta.
Controllo e gestione dei magazzini del campo, delle scadenze e degli ordini di acquisto che devono essere pianificati e coordinati per almeno due giorni a venire, interventi urgenti ed immediati ma non approssimativi sui sistemi elettrici ed idraulici, e poi prodotti e metodi pulizia.
Addestramento, Collaborazione e Sinergia tra tutti gli attori e possibilmente riduzione della asfissiante burocrazia del sistema attuale, sistema per cui tutti vogliono prevalere come se avessero la ricetta del successo in tasca o la soluzione nel database; sistema nel quale tutti vogliono i meriti ma nessuno la responsabilità. Qualcuno ci vuole anche guadagnare.
I volontari sono solo l’ultima ruota del carro. Sono e si mettono al servizio delle istituzioni ma non sono muli dell’esercito, non sono soldati che tacciono ed obbediscono, non sono solo eroica forza da lavoro. Nessuno li obbliga né ad andare e neppure a restare se non la solidarietà verso la gente che soffre ed ha problemi. Sono persone normali, a volte anche di successo e con grandi capacità professionali che dedicano tempo e denaro, il loro e quello di chi di buon grado, permette loro di partecipare assentandosi dal lavoro, per non parlare della fatica fisica e dello stress tanto caro alle istituzioni e lo fanno per un unico motivo: perché credono sia giusto farlo.
Antonio Balzani

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