Titoli

7) Nebbia e inquinamento.

8) Teoria dell'instabilità costante - Ecologia e vita

9) Protezione civile, volontari e criticità.

Nebbia e Inquinamento

Abbiamo paura che le goccioline portino su si sé batteri e sostanze pericolose e dannose. È certamente così. Ma il problema dell'inquinamento ambientale che pure è serio, non va sovrastimato. Dovrebbe essere visto in una scala politica globale di ottimizzazione delle risorse. La politica purtroppo, di questi tempi, è tutto tranne che oggettiva valutazione e proposizione! La paura non viene combattuta ma incrementata ad arte.

 

Parma, dicembre 2016: siamo immersi nella nebbia da parecchi giorni. 
Abitiamo nella pianura padana, uno dei posti climaticamente più sfavorito dal punto di vista ambientale ma tanto, tanto favorito nei microclimi locali alla base delle eccellenze alimentari. Lo IARC ha definito l’aria della pianura padana “cancerogena”. Una volta era normale. Oggi non è più così. Abbiamo paura che le goccioline portino su si sé batteri e sostanze pericolose e dannose. È certamente così. Il problema dell'inquinamento ambientale che pure è serio, non va però sovrastimato. 
La memoria ripercorre i tempi in cui la nebbia era smog e lo smog uccideva. Il fumo di Londra e il grigio Milano erano colori per stoffe che si ispiravano al colore della nebbia nelle due città.
Sono dovute morire centinaia di persone in tempi brevi, intossicate dall’aria che respiravano prima che la “comunità scientifica” e la società politica prendessero coscienza del problema dell’inquinamento ed iniziassero a correre ai ripari.

Fu bandito il carbone, almeno come era utilizzato nei modi tradizionali. Gli inglesi risolsero in prima battuta il loro problema alzando le ciminiere e causando le piogge acide sulle foreste europee. Furono allora posizionati filtri alle emissioni industriali.
L’aria delle città è migliorata, l’aria delle città europee. L’aria respirata da coloro che possono permettersi il riscaldamento elettrico o a metano.
Oggi noi ci preoccupiamo dell’inquinamento residuo, dovuto alle auto più che alle industrie.
É una giusta preoccupazione. Un inquinamento visibile, percettibile, identificato, normalizzato e normato.
Appena superiamo i livelli di soglia scattano le domeniche ecologiche e le giornate senz’auto, utili più che altro a creare momenti ed eventi diversivi alla routine quotidiana.

I motori delle nostre automobili sono migliorati molto ma i valori su strada delle loro immissioni non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli sperati e dichiarati dalle prove di laboratorio o in condizioni controllate. I limiti risultano utopici e non rispettabili oggettivamente.
Ci preoccupiamo molto meno, eppure dovremmo farlo, dell’inquinamento dell’acqua non ancora gestita in modo se non virtuoso almeno attento e tecnologico, in quasi tutte le città e centri abitati d’Italia e d’Europa.

Mancano i depuratori, le reti idriche sono malconce e le sorgenti spesso corrotte. Non parliamo dell’America, loro hanno tanto spazio e ambiente da poterne sacrificare una parte rilevante senza quasi accorgersene. 
Sentiamo parlare ma non ci preoccupiamo, dell’inquinamento da biodiesel con l’emissione di Idrocarburi policiclici aromatici, o altrettanto importante, di quello dovuto alla rinnovata “ecologica“combustione della legna, di quello da ftalati, onnipresenti in ogni plastica e profumo. Non ci preoccupiamo e solo perché non ci ammazzano, si limitano a cambiarci: ingenerano mutazioni che elimineranno i non resistenti per far sopravvivere quelli adattati. 

Ci preoccupiamo degli effetti del clima e dei suoi cambiamenti per motivi prettamente economici e commerciali, in quanto richiedono differenti programmazioni di lungo periodo nelle produzioni e nei luoghi di produzione agricola. Gli effetti deleteri ed immediati sulle città e i loro abitanti li consideriamo “emergenze”. 
Non parliamo ancora di confrontarci con il terzo e quarto mondo, loro devono assorbire il nostro surplus produttivo, la loro crescita è fondamentale per garantire le nostre economie e dunque ogni abitante di Pechino può tranquillamente respirare porcherie cinquecento volte quello che noi consideriamo un limite insuperabile, ma è il prezzo da pagare diciamo loro, per il progresso.

Non riteniamo giusto che i contadini sudamericani brucino le foreste pluviali perché costretti a consumare il suolo inaridito ed estenuato dalla coltivazione di canna da zucchero, introducendo in atmosfera ben più di quello che facciamo noi e questo perché dobbiamo, noi, consumare questo zucchero apparentemente così diverso e salutare (non ho ancora capito quale sia la differenza con quello di barbabietola ma sarò ignorante). Intanto noi consumiamo la stessa quantità di suolo agricolo per ampliare in orizzontale le nostre città. Chissà perché non viene vietato e non viene reso obbligatorio intervenire sulle case esistenti che magari potrebbero diventare anche resistenti ai terremoti. 
Non siamo più uomini, uguali davanti a Dio ed al mondo ma Consumatori ed Utenti, diversi e differenti per usi e potenzialità.
L’inquinamento ambientale è sulla bocca di tutti e al centro delle attenzioni di tutti gli “Ambientalisti” sempre più localizzati e sempre più preoccupati di difendere quello in cui vivono loro, il loro giardino, il loro spazio. Paurosi ed ansiosi più che convinti sostenitori di un’ideale di vita diverso. 
Raramente sento una discussione concentrata sull’analisi dei pro e dei contro riguardo l’applicazione o l’introduzione di nuove o differenti tecnologie ed innovazioni. Discussioni oggettive, serie e posate. Prevale sempre ed esclusivamente il timore soggettivo rispetto ogni cambiamento.

Le ricadute dell’innovazione tecnologica e dei processi industriali sono presentate sempre come le “streghe ed i demoni” del nuovo millennio, i loro effetti e le loro ricadute sempre sovrastimate ed enfatizzate a favore di mode, devianti ma lucrose. 
Immaginate ora l’effetto di una corretta espressione come: l’inquinamento incide “solo” per circa il 5% delle forme tumorali accertate (su cento casi accertati ora o in un tempo e spazio precisi). Il professor Veronesi, oncologo di fama mondiale recentemente scomparso, ha rappresentato l’incidenza dei tumori, dovuti all’inquinamento, in circa il 4-5%, non oltre. 

Cioè sui casi di malattia accertati. È comunque una cifra rilevante e non trascurabile ma non sono 60.000.000 gli ammalati e dunque non sono tre milioni quelli per cui la causa o concausa della malattia è l’inquinamento.

Sarebbero circa 3 milioni di casi se riferiti alla popolazione italiana. Ma il campione non è la popolazione italiana, solo i casi accertati di malattia.
Contrapponetela a quest’altra espressione giornalistica: l’inquinamento genera 3 milioni di tumori in Italia.

Terrificante quest’ultima ipotesi anche se sostanzialmente coincidente nel definire marginale l’incidenza, su tumori e cancro, dell’inquinamento ambientale.

Dirla così, come si legge non è corretto, è fuorviante. Ipotizza sessanta milioni di casi verificati e accertati; tutti gli italiani malati e a rischio a causa dell’inquinamento, ora e subito in modo più o meno grave, al momento della conta!

Una profezia poiché il fatto, la condizione, non costituisce il campione, non si è certamente mai verificata, e quindi è solo un'ipotesi oltre che futuribile, assurda. 

La percentuale nell’espressione resta la stessa, i numeri anche ma la frase diviene una profezia catastrofista di quelle che vanno molto di moda ora.

Mi spiego. L’incremento costante della durata della vita media, in Italia, incide di certo maggiormente e in modo ottimista sui dati! La malattia contribuisce ad abbassare se mai, questo incremento.
Di chi è la colpa dell’inquinamento? MIA NO! Sarebbe bello poterlo dire ma la colpa è di tutti, tutti coloro che vivono nella condizione di benessere attuale e guarda un pò, vivono di più e meglio di prima. Naturalmente quelli che non muoiono! Ma si sa, chi muore giace e chi vive si da pace.
Eppure sarebbe semplice intervenire riducendo di qualche punto percentuale anche gli effetti dell’inquinamento: abbassare le polveri sottili aerodisperse proibendo ogni tipologia di fumo aspirabile (abbasso i fumatori come me che non potranno più, a buon titolo, sproloquiare nei confronti dell’inquinamento atmosferico subito e spacciarsi per ambientalisti conservatori?? della qualità dell’aria visto che respiriamo la stessa di tutti ma peggiorata artificialmente e scientemente).

Eliminare le automobili o usarle solo tre giorni settimana, inducendo anche tempi d’azione più umani e riducendo la conseguenza di essere frettolosi, ansiosi, nevrastenici come è oggi.

Poi eliminare i riscaldamenti o utilizzarli solo tre giorni settimana coprendosi bene; eliminare i condizionatori, limitare la disponibilità di acqua potabile distribuendo solo quella rigidamente controllata e gestita ottimamente, dal prelievo alla distribuzione, fino alla sua restituzione all’ambiente.

Ridurre drasticamente l’uso di concimi in agricoltura mangiando meno e Bio.

Quindi allontanare le fabbriche dalle città e dotarle di tecnologie e controlli ferrei.

Abolire le assurde e gravemente inquinanti, per i secoli futuri, discariche di rifiuti, naturalmente spegnendo, è ovvio, i forni inceneritori con divieto dunque, di produzione dei rifiuti stessi, partendo dalla plastica delle borsine, dell’usa e getta; producendo carta dalla canapa e non dagli alberi o dagli stracci e non in Cina o in Asia, comunque. 
Rapido ed efficace: una riduzione del 50% dell’inquinamento e dell’incidenza del 5% cioè una riduzione al 2,5% sui casi accertati. (Anche nella profezia errata ma propagandata, scenderebbero a un milione e mezzo i tumori derivati).

Molto efficace sarebbe la deurbanizzazione, cioè lo smembramento delle città e dei grandi agglomerati urbani da milioni e decine di milioni di persone riducendo la densità della popolazione per superficie.

Pensate a Città del Messico (trenta milioni di persone, metà della popolazione dello stato e il restante territorio vuoto) o Tokio, Londra, Parigi o solo Milano e Torino. 
È facile straparlare a vanvera di soluzioni efficaci.

La natura non parla, agisce e mette in atto meccanismi di riduzione degli eccessi, estremamente funzionali. Il cambiamento climatico ne è un chiaro esempio.
Sconvolgimenti, epidemie, guerre ed altri meccanismi animali di controllo sociale, il fumo, l’abuso di alcol, di cibo con l’assunzione a piccole dosi di principi cancerogenetici, le droghe, i morti nel traffico: gli stili di vita sono idonei a ridurre le popolazioni in esubero.  Ovviamente vivere fa male e generalmente provoca la morte a lungo andare!

L'inquinamento provoca certamente una diminuzione della vita media.

Esistono zone al mondo in cui la vita media è considerevolmente superiore a quella di tutti gli altri posti sì da costituire un paragone almeno per noi? Non lo so ma non mi pare.

Certamente non quelli del terzo e quarto mondo.
Credo altrettanto ovvio che non tutto ciò che può o potrebbe far male, debba essere eliminato completamente. Se inquinare è una scelta politica, come farlo e con quali effetti prevedibili oggettivamente è una scelta tecnica; farlo nel modo meno dannoso possibile è una scelta esclusivamente economica.

La fame dovrebbe avere la priorità per permettere all’inquinamento di avere più vittime, vive, da colpire.

Il problema dovrebbe essere visto in una scala politica globale di ottimizzazione delle risorse mondiali per essere realizzabile, almeno in parte. 
La politica purtroppo, di questi tempi, è tutto tranne che oggettiva valutazione e proposizione! La paura non viene combattuta ma incrementata ad arte.

 

Antonio Balzani

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Teoria dell’Instabilità Costante alla base della vita e dell’evoluzione

Alcune riflessioni sulla natura: la definizione di Vita, Ecologia, Interazione. Un approccio che porta molto lontano. Il metodo scientifico: osservazione, classificazione, libero pensiero; prima dell'approccio fisico ingegneristico ai fenomeni naturali. 

Alcune basilari conoscenze sono parte dell’umanità dall'inizio cosciente. Sono state opportunamente manipolate da chi ha avuto la necessità di gestire il potere. 


…la scienza e la conoscenza sono come una sfera luminosa nel buio; maggiore il diametro della sfera, maggiore l'oscurità che la circonda... 

Fa impressione rendersi conto che la conoscenza dei meccanismi basilari, la percezione della natura e della sua connaturata interagibilità con ciò che sta oltre il visibile, il misurabile, ha da sempre convissuto con l'umanità sotto forma di quella che normalmente viene identificata, ma non spiegata, come "religiosità spontanea". 
Alcune basilari conoscenze hanno comunemente fatto parte dell’umanità dall'inizio della sua esistenza cosciente e sono state storicamente utilizzate, con opportuna manipolazione, da chi di volta in volta nel tempo, ha avuto la necessità di gestire il potere; è avvenuto per millenni applicando lo stesso copione: 
chiusura delle conoscenze all'interno di circoli iniziatici a struttura piramidale e sempre più settoriale; 
informazione specialistica e parziale, con un effetto di disinformazione complessiva nei confronti della massa popolare cui è stata lasciata la sua ignorante percezione, la sua religiosità naturale, la fede e la speranza. Così in ogni tempo e in ogni luogo, facendo credere che tutto fosse molto difficile da comprendere e gestire. 
Siamo nel terzo millennio e la conoscenza approfitta d’infinite vie tecnologiche per diffondersi ma rimane in essere, inalterato, il meccanismo della scorretta utile e interessata disinformazione in ogni branca del sapere da cui derivano naturalmente le evidenti e correlate applicazioni, sociali e sociologiche. 
Per questo motivo ritengo necessario riproporre alcune riflessioni sulla definizione di Vita, Ecologia, Interazione, in un antico ma sempre nuovo approccio che porta molto lontano. 
Il metodo scientifico, la classificazione naturalistica, primario e prioritario all'approccio fisico ed ingegneristico ai fenomeni naturali. 
Misura, meccanismi, approfondimenti, tecnicismi, credo non siano tanto importanti per la comprensione della natura quanto l’osservazione, quella delle interazioni tra tutti i parametri di un sistema ecologico, definito sempre e comunque relativamente allo spazio, al tempo, al numero ed alle caratteristiche oggettive dei principali parametri interattivi osservabili. 
Con le parole di C.F. Gauss: manca di mentalità matematica tanto chi non sa riconoscere rapidamente ciò che è evidente, quanto chi si attarda nei calcoli con una precisione superiore alla necessità! 
Occorre capire dunque, caso per caso, quali siano i parametri maggiormente interattivi, come interagiscano fra loro, quali ne siano i risultati e gli effetti sul sistema valutato.

Occorre capire, individuati quali essi siano, cosa fanno o non fanno e soprattutto cosa possono fare, interagendo tra loro o con altri parametri ancora, in varie condizioni, ogni volta definite. "Classificazione": è necessario prendere nota di quali condizioni e quali equilibri, pur dinamici, si instaurano al variare delle condizioni osservate od imposte.
“Interazione”: è certamente importante sapere come lo fanno ma soprattutto è importante capire “se” lo fanno e quali ne siano i risultati, considerando questi, come possibile evoluzione dei sistemi studiati. Perché qualcosa tutti i parametri osservati fanno certamente, ma solo quando e se lo possono fare. 
TEORIA DELLA INSTABILITA' COSTANTE base della vita e dell’evoluzione universale.

La sequenza comune dell’evoluzione naturale è quella della continua variazione nell'equilibrio fondamentale tra temperatura e pressione, rallentamento, raffreddamento, acquisizione di massa e interazione reciproca; dunque ammassamento e quindi strutturazione e infine organizzazione. "Fiat lux". Il tempo della luce.
Via via passando di livello in livello si arriva a fenomenologie sempre più circoscritte, coinvolgenti parametri e ambienti sempre più piccoli  massivi, maggiormente lenti, freddi, strutturati, organizzati, con numero di interazioni efficaci sempre maggiori e maggiori possibilità di modificarsi al cambiare delle situazioni - sistemi che li coinvolgono. "Dal caos alla melodia".  Il tempo della materia.
Si potrà parlare, variando la scala di definizione dell'ambiente - sistema studiato, di ecologia universale, di ecologia galattica, planetaria, di ecologia biologica, via via a livelli sempre più strutturati ed organizzati, per la creazione e formazione, continua, di nuovi parametri e situazioni al variare delle condizioni dell'equilibrio energetico complessivo. Comunque si potrà parlare e discutere, dell'interazione attuale in uno spazio e un tempo, definiti e limitati e delle sempre nuove possibilità di interazione verificabili o ipotizzabili. 
La natura si evolve e rinnova, mediante la ripetizione infinita di meccanismi semplici ed energeticamente poco costosi; per ogni nuova possibilità di interazione, una variazione.

La possibilità permane, il successo e l’affermazione, dipende. Forse lo avrà oppure no o sarà temporaneo.
Tutta la massa e l'energia universale erano concentrate nel punto iniziale da cui si sono svolte fino ad ora, creando superfici (i punti di ugual valore) dinamiche di equilibrio. 
Si può affermare dell'universo, che essendo il compendio totale di tutto ciò che è “LA NATURA” esso sia autoreferente. 
L’universo è sempre presente a se stesso, in ogni sua manifestazione ecologica, per piccola e periferica essa sia, nell'economia di scala valutata.
L’universo è talmente grande che esiste e si esplica senza possibilità di subire, complessivamente, grandi variazioni dal variare degli equilibri interattivi e dinamici, che si formano e si evolvono al suo interno. 
L’Universo-Ente. Sostanzialmente eterno, anche considerando la tendenza a raggiungere l'ultimo livello energetico, quello della minore interazione, della minore energia scambiata possibile.

L'ultimo livello, quello dell'immobilità più gelida che impedirebbe anche la più piccola e insignificante variazione nell'equilibrio, tra i pur minimi parametri ancora attivi, del minimo ecosistema, possibile. 
Questa situazione se raggiunta, equivarrebbe alla morte definitiva dell’universo-ente, oppure forse e più probabilmente ad un ulteriore cambiamento. L’universo morto esisterebbe inerte, divenendo esso stesso un ulteriore parametro, modificato, evoluto ed attivo in una scala più ampia che comprenda molteplici se non infiniti universi, coesistenti in equilibrio, ancora una volta dinamico, tra loro. 
L’universo-ente, sarà portato infine alla resurrezione, per la semplice impossibilità di esistere senza interagire (vivere!) in qualche modo, con qualunque degli altri parametri esistenti. 
Possiamo ora definire l’insieme biologico: un sistema, relativamente freddo, lento, ammassato, strutturato ed organizzato. 
Se per vivente consideriamo solo una struttura biologica, essa non è certamente la struttura interattiva più semplice possibile. 
Non è certo possibile pensare che l'equilibrio interattivo tra singoli esseri cellulari possa modificare, in modo sostanziale, la struttura del sistema universale eppure costituisce uno degli infiniti equilibri, dinamici, tra parametri attivi e interattivi nell'universo intero e di fatto contribuisce alla sua modificazione. Se rimanesse l’ultima interazione possibile dell’ultimo istante dell’universo attivo?
Un semplice uomo è paragonabile, nella debita scala, all'intero universo nei confronti dei suoi componenti. 
Ogni parametro, le loro combinazioni nell'insieme, s’identificano ed esistono (vivono!) con questa capacità di modificare e modificarsi. 
Singoli componenti inanimati, realizzano la complicatissima struttura organizzata di un singolo essere vivente. 
Il pur minimo organismo cellulare è vivente perché costituisce un parametro interattivo e interagente, secondo le condizioni variabili del sistema-ambiente in cui è inserito. 
L’intero universo, è costituito, solo, da strutture continuamente e dinamicamente interagenti con altre. Parametri alla ricerca e conquista di un equilibrio maggiormente duraturo e stabile, di minore scambio e dispendio energetico e ciò avviene in ogni sotto-sistema composto di due o più parametri. 
Le strutture tutte sono dunque in evoluzione continua nei comportamenti ecologici che le riguardano. 
Il più piccolo parametro biologico in gioco, è a sua volta determinato da interazioni, non biologiche, dei suoi componenti elementari i quali dunque, anche loro, vivono. 
Anche questi elementi hanno vita. Una vita determinata in durata, definita nello spazio nel tempo e nel numero dei parametri che a loro volta in equilibrio tra loro dinamicamente, cambiano continuamente le reciproche forme di interazione. 
Cosa è dunque l’ecologia?

Lungi dall'essere la scienza che studia i rapporti tra gli esseri viventi e l'ambiente è piuttosto quella scienza che studia, tutte, le possibili interazioni, tra tutti i possibili parametri, scegliendo di volta in volta la scala di osservazione che risulta più adatta, utile, efficace, alla previsione dei fenomeni evolutivi degli equilibri in essere. 
L’ecologia studia in sostanza la vita. Lo fa senza distinguere se sia organica o meno, se sia grande o piccola, se sia cosciente o meno. Semplicemente, molto più semplicemente, osserva quando si manifesta se agisce e interagisce agli stimoli energetici provocati da altri parametri presenti, dove, se, quando e come, essi ci siano. 
La vita: è definita come semplice capacità di azione rispetto ad altri fattori e d’interazione con essi. 
La vita dunque è un fenomeno instabile e in evoluzione continua: almeno nel complesso interattivo dell'universo. Semplicemente un breve, istantaneo o eonico, momento di equilibrio energetico. 
La vita infine sempre o comunque fondamentale, è parte, simile e specchio funzionale al più ampio tutto naturale. "a immagine e somiglianza". 

 

 

Antonio Balzani

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Ambiente e natura – Disastri annunciati - Protezione civile e volontari.

La natura è quella in cui viviamo. L’ambiente è quello in cui viviamo, tutti i giorni, ciascuno di noi.

La protezione civile dovrebbe essere pianificata in base alle caratteristiche del territorio, secondo i pericoli individuati e valutati, in strutture di azione interattive, di area più vasta  dei singoli comuni, almeno per aree simili e non esclusivamente per il numero di persone potenzialmente coinvolte. Il danno ad una persona vale meno ed è più accettabile di quello a cento o mille?

L’emergenza prevede sempre due fasi: una eroica immediata ed una successiva di stabilizzazione fino alla normalizzazione. Ogni attività di soccorso per i volontari riguarda esclusivamente la gente, chiunque e quanta essa sia.

La carenza di pianificazione nei piani comunali – regionali di protezione civile, inficia l’efficacia degli interventi possibili, prolunga a sproposito la prima fase e tutti i rischi annessi e connessi affidando alle persone i carichi e le responsabilità delle soluzioni.  Le normali, semplici, scontate, criticità operative.

 

 

La migliore risposta all’emergenza è evitare l’emergenza.

La protezione civile deve essere gestita a livello centrale e solo utilizzata a livello prima comunale poi provinciale poi regionale.

Il sindaco deve sapere chi chiamare e avere risposte immediate e certe da parte di coordinamenti prociv, istituzioni, Asl Nas, Arpa, Enti tecnici, secondo i bisogni espressi. Non deve chiamarli uno ad uno.

I volontari formati sì ma soprattutto addestrati, sono rappresentati da personale disponibile! I mezzi devono essere equamente distribuiti e disponibili a richiesta, manutenuti ed efficienti.

Cosa che si ottiene solo con il coordinamento e l’addestramento continuo.

Ho in mente alcune criticità e non parlo dell’emergenza neve che è attuale ma della situazione più “normale” che si è verificata per esempio quest’anno, in agosto per il terremoto del centro Italia, ma anche prima all’Aquila, e prima per le alluvioni e gli esondamenti, e/o le frane o gli incendi che contraddistinguono periodicamente zone “vocate“ del territorio nazionale.

La natura è quella in cui viviamo. L’ambiente è quello in cui viviamo, tutti i giorni, ciascuno di noi.

La presa d’atto della probabilità di una emergenza si basa purtroppo sul senno di poi e tutti imparano a prenderne atto per il cancan mediatico, la cronaca, possibilmente nera od eroica che si sviluppa nelle tragedie. E poi dimenticano, non i volontari ma le istituzioni.

Ma non c’è tragedia se non ci sono vittime?

I piani comunali esistenti o previsti delle aree metropolitane non possono essere uguali e sovrapponibili, pedissequamente, a quelli delle aree non metropolitane, a quelli delle aree montane contraddistinte da piccoli comuni con pochi abitanti molte frazioni e situazioni geologiche ed ambientali decisamente, più “naturalmente” insidiose e pericolose.

In queste aree sono coinvolte normalmente meno persone dunque il rischio ricavato dagli algoritmi di valutazione è inferiore. Ma il danno ad una persona vale meno ed è più accettabile di quello a cento o mille?

La protezione civile dovrebbe essere pianificata ed organizzata in base alle caratteristiche del territorio, almeno per aree vaste o simili e non esclusivamente per il numero di persone potenzialmente coinvolte in aree ristrette o limitate e ricche di servizi.

Operativamente occorrerebbe accorpare i piccoli comuni secondo i pericoli individuati e valutati in strutture di azione, interattive, di area più vasta.

Premesso questo mi riferisco ad alcune criticità che ho affrontato e verificato spesso, operando sempre con persone di altissima qualità, capacità, volontà e disponibilità ad affrontarle.

Sono i volontari che si trovano ad operare nel soccorso della prima fase ma ancora a servizio durante l’emergenza e poi, ancora e sempre, della gente coinvolta; esclusivamente della gente, chiunque e quanta essa sia, sfollati, volontari operativi, forze dell’ordine, personale dei comuni. Di chi ha bisogno di loro di quello che sanno e possono fare.

Ogni attività di soccorso in emergenza prevede uno sviluppo in almeno due fasi: una eroica ed una successiva di stabilizzazione fino alla normalizzazione.

Collaborazione e sinergia risolvono i problemi che la prima fase di intervento non può e soprattutto non dovrebbe affrontare.

La mancanza di questa pianificazione nei piani comunali – regionali di protezione civile, inficia l’efficacia degli interventi possibili, complica e prolunga a sproposito la prima fase e tutti i rischi annessi e connessi, affidando alle singole persone i carichi e le responsabilità delle soluzioni. 

Immaginate un campo di accoglienza: allestito in fretta e furia per riparare, e soccorrere, mettere in sicurezza le persone.

Un’accozzaglia di mezzi, macchine, camion, mezzi d’opera, volontari di ogni specializzazione e provenienza, caos nelle strutture comunali: spazi risicati, containers di materiali, tende che nascono come funghi e che si ergono su spiazzi fangosi bonificati sotto il sole battente o nella pioggia, o nella neve. Alcuni non adatti.

Occorre fornire sicurezza operativa e aree di ristoro, di sosta, relax, di conforto, di recupero della umanità e della calma necessarie a tutti, vittime e soccorritori. Generalmente sono tensostrutture, collegate a cucine da campo e box di servizi igienici in cui avviene tutto questo.  Mangiare, stare al coperto, stare al caldo in sicurezza questa è la prima opzione di servizio in un intervento di soccorso in emergenza. Occorre montarle e fissarle queste strutture, dotarle di impianti, elettrici, idraulici, di acqua e rifornimenti.

Si organizza la mensa.

Pensate ai servizi igienici, docce - wc: non possono essere tantissimi; se un centinaio di persone stanche e sporche usano queste strutture e queste non vengono mantenute pulite e curate, cosa può succedere dopo qualche giorno?  Se non sono stati predisposti immediatamente, siano in piazzali polverosi o fangosi o nella neve, i sistemi di alimentazione e scarico o questi non risultano efficaci o possibili per questioni logistiche? Occorre trovare una soluzione.

La cucina da campo: per un paio di giorni o tre vanno bene scatolami e conservati ma prestissimo soprattutto se è freddo, occorre passare a cucinare veramente.

Le cucine sono impianti tecnologici complessi; sono gestiti da cuochi volontari, disponibili e spesso veramente capaci di far fronte senza grandi difficoltà alle necessità di cinquanta, cento pasti ripetuti.

Non basta questi poi devono essere articolati: per colazione pranzo e cena, per fare i cestini di supporto, per rendere disponibili caffè e bevande e quanto servirà.

Molto spesso i pasti da preparare sono molti, molti di più.

Occorre avere accesso a rifornimenti di qualità omogenea ed in quantità compatibili con le esigenze. Non si può fare semplice ricorso a containers che provengono direttamente dalle donazioni e contengono dieci tipi di pasta di qualità differente con differenti tempi di cottura per esempio, oppure valanghe di biscotti e niente tonno. Spesso bisogna anche frugare fra quaderni, vestiti, giocattoli saponette e detergenti, assorbenti intimi etc. etc.

Le donazioni se non sono quelle di grandi aziende e ben differenziate, prima di essere inviate ai campi vanno selezionate differenziate, catalogate, oppure tanto vale che le raccolte arrivino direttamente ai sindaci per la distribuzione diretta. Occorrono carne e verdure e frutta. Occorre pianificare i centri di acquisto che rispondano ai requisiti. Possibilmente nei pressi delle aree di previsto insediamento dei campi stessi o comunque grandi centri di acquisto unificato, convenzionati, che garantiscono qualità e quantità delle forniture e anche prezzi di acquisto accettabili.

Invece viene affidato al sindaco di turno il compito di provvedere ed egli se in buona fede, probabilmente si affida a uno o più negozi conosciuti o anche supermercati che oltre a non essere all’altezza, presto non esiteranno ad approfittarsi della situazione. La sventura di tanti risulta essere anche la fortuna di pochi.

Difficoltà, sprechi e malagestione sono il prezzo corrente di queste mancanze.

Ad una cucina da campo occorrono quantità e qualità omogenea e tracciabilità dei prodotti.

Una contaminazione alimentare che coinvolge un ristorante o una trattoria in tempi normali è certamente una brutta cosa ma se coinvolge una mensa di emergenza nelle condizioni di operatività, allora una rovina si aggiunge ad una catastrofe. Pensate ai volontari e alla gente, col semplice mal di pancia.

Una squadra di cucina deve operare come un gruppo coeso, addestrato a quella collaborazione che si crea in un gruppo affiatato in cui ciascuno assume il ruolo necessario. Occorre efficienza ma soprattutto efficacia. I volontari sono così: ognuno fa quel che deve e come può, al suo meglio. Non occorre ci sia uno chef stellato, occorrono invece almeno dieci persone e sono poche, per una squadra competente, comprensiva di idraulico ed elettricista. Un cuoco capace, un aiuto capace, quattro persone per preparare, tagliare, sporzionare, servire, lavare il pentolame; due per la sala e le attività extra, il magazzino i rapporti, la movimentazione, due per i servizi;  e tutti devono pulire prima durante e dopo ogni pasto. In allegria perché la gente cui è rivolto il servizio soffre, la gente per cui sono lì ha problemi veri. Raddoppia l’esigenza? Raddoppia la squadra. Non cambia il risultato.

Per ottenere tutto ciò occorrono addestramento e procedure, semplici ma rigorose: HACCP un acronimo che significa individuazione e controllo dei punti critici, quelli controllando i quali, il rischio si può evitare non quelli dove il rischio si manifesta.

Controllo e gestione dei magazzini del campo, delle scadenze e degli ordini di acquisto che devono essere pianificati e coordinati per almeno due giorni a venire, interventi urgenti e immediati ma non approssimativi sui sistemi elettrici ed idraulici, e poi prodotti e metodi pulizia.

Addestramento, Collaborazione e Sinergia tra tutti gli attori e possibilmente riduzione della asfissiante burocrazia del sistema attuale, sistema per cui tutti vogliono prevalere come se avessero la ricetta del successo in tasca o la soluzione nel database; sistema nel quale tutti vogliono i meriti ma nessuno la responsabilità.

I volontari sono solo l’ultima ruota del carro. Sono e si mettono al servizio delle istituzioni ma non sono muli dell’esercito, non sono soldati che tacciono ed obbediscono, non sono solo eroica forza da lavoro. Nessuno li obbliga né ad andare e neppure a restare se non la solidarietà verso la gente che soffre ed ha problemi. Sono persone normali, a volte anche di successo e con grandi capacità professionali che dedicano tempo e denaro, il loro e quello di chi di buon grado, permette loro di partecipare assentandosi dal lavoro, per non parlare della fatica fisica e dello stress tanto caro alle istituzioni e lo fanno per un unico motivo: perché credono sia giusto farlo.

 Antonio Balzani

 

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