Introduzione

Ecco i titoli: 

1) Adolescenza e scuola.

2) Ambiente e Pubblicità Società  e Democrazia. 

3) di Ecologia e di Cucina.

 

Adolescenza e scuola

La discoteca è un posto orribile. Obiettivamente si può affermarlo almeno ai fini dell'associazionismo giovanile, intendo tra i 14 e i 19 anni. Il mondo della scuola per gli adolescenti è “il mondo”. La scuola, tirannide di una cultura troppo spesso incartapecorita, nella coscienza dei giovani è un piccolo universo a sé stante, dove il ribollire della gioventù crea e contrappone stati d’animo sempre estremi, in positivo ed in negativo. Per conoscere questo mondo occorre far parlare direttamente gli studenti.

 

La discoteca è un posto orribile. Obiettivamente si può affermarlo almeno ai fini dell'associazionismo giovanile, intendo tra i 14 e i 19 anni. 
Incontrarsi in discoteca richiede un massimo dispendio di risorse per un obiettivo minimo, quello di adocchiarsi e farsi notare cosa che a scuola riesce facile ed immediato anche se necessita di tempi più lunghi per affermarsi e definirsi. Ma si sa e lo dice anche la pubblicità: più dolce è l’attesa più dolce la festa!
Vuoi mettere la complicità che deriva dai fugaci contatti nei dieci minuti d'intervallo, dalle attese a fine lezione, dal tardare con le amiche e gli amici davanti al portone della scuola? Vuoi mettere le occhiate maliziose, le speranze sussurrate alle amiche, le sparate con gli amici? Vuoi mettere i sentimenti scritti su diari colorati con cuoricini e grandi scritte, addobbati con foto di cantanti ed attori famosi, titoli di canzoni, frasi tratte da queste? Oppure il coinvolgimento nel gioco di squadra destinato a provocare l’attenzione e poi l’incontro? 
Volete mettere vivere per anni nello stesso edificio, corso, classe?
Si sa che le ragazze li vogliono con qualche anno di più. Manca il contatto di banco? Si nutrono dell'aureola che trasuda dalle intercapedini della porta accanto. E si sa anche che i ragazzi vogliono stupire e colpire ma detestano e temono il contatto diretto, l’intimità costante che li metterebbe alla prova. 
Compagni di corso, alunni della stessa scuola. Un regime di semi estraneità e di semi convivenza.
Miticamente, l'alito di Venere si propaga e dilaga e Cupido volteggia scagliando frecce a casaccio colpendo nel mucchio.
In discoteca è solo l'aspetto fisico che lavora a favore o a discapito dell’incontro e va bene certamente come primo impatto con i rappresentanti dell'altro sesso che si mettono in mostra tra sfavillii di luci e colori come del resto fanno tutti gli animali al tempo della riproduzione. Ma un rapporto è cosa diversa, si definisce e stabilizza nelle esperienze successive, nella frequentazione. Si impara che non è l’unico ma pur se importante è solo una componente tra le componenti complesse dell'attrazione. 
Il mondo della scuola per gli adolescenti è “il mondo”. E’ presenza, impegno, fatica ma soprattutto vita: è croce e anche, stando ai ricordi di chi ci è già passato, delizia.
Per descrivere il mondo scuola occorrerebbe far parlare direttamente gli studenti: 
- Il trauma più grosso è sempre quello di doversi alzare presto al mattino.
- la scuola è un luogo piacevole, dove si impara a conoscere nuove persone sia coetanei che professori
- la cosa migliore della scuola sono le vacanze, anche perché quando torni puoi rivedere tutti i compagni di classe perché durante l'estate ci si perde di vista...
- A scuola perdo molto tempo in cose che non mi interessano, e la voglia di studiare mi manca quando sono a casa... quando si tratta di argomenti che mi incuriosiscono, allora sì che mi metto serio sopra un libro.
- C’è un sacco di gente nuova da conoscere e incontrare.
- Quando ero alle medie era come andare a giocare fuori casa per tornare a merenda, invece qui, già nei primi giorni di scuola mi sono reso conto che la difficoltà è di molto aumentata e a casa è come se non ci fosse nessuno... 
- Con i compagni si instaura un rapporto di grande amicizia.
- l'unica cosa che mi passa per la testa è un tipo (come diremmo noi ragazze un "figo") che ho visto prima ed è molto, ma molto carino...
- Il momento più atteso è la gita scolastica...allora si che ci si può divertire.
- Sono convinta che la cultura di una persona sia molto importante per sé stessi ma anche per farsi accettare dagli altri e per imparare a credere di più nelle nostre capacità.
Esistono solo due stagioni nel mondo degli adolescenti e due mondi contrapposti: le vacanze e la scuola.
- Potersi alzare anche alle undici se non più tardi.
- Avere le giornate libere, alzarmi tardi al mattino, uscire tutte le sere. All'inizio mi sembrava tutto molto bello poi col passare del tempo, le cose che all'inizio mi sembravano divertenti sono diventate noiose e monotone e in agosto sentivo già la mancanza della mia classe e della scuola...
- La scuola non è un grande sacrificio perché in fondo ci si diverte più che a casa. 

La scuola nella coscienza dei giovani, è un piccolo universo a sé stante, dove il ribollire della gioventù crea e contrappone stati d’animo sempre estremi, in positivo ed in negativo. 
Voglia di fare di partecipare, di essere riconosciuti, di sentirsi parte di qualcosa. Grandi afflati positivi e abbattimenti deleteri, percezioni di inutilità, di esclusione, di disinteresse, di disconoscimento. 
Ribellione espressa in positivo o in negativo ma sempre accentrata ed appoggiata sulla presenza ed il consenso o viceversa che proviene esclusivamente dagli amici.

Tutti gli altri sono esclusi ed avversati.
La scuola stessa, i suoi contenuti, i fatti connessi, la routine faticosa di seguire e rispondere, di studiare ed imparare, non rappresentano che uno sfondo indefinito e sfocato sul quale si svolge la vera vita, quella dei rapporti tra coetanei, il gruppo, il branco, la banda, gli amici che diventano l’unico riferimento per questi giovani, indipendentemente dai genitori che esistono o no, sono presenti o no, opprimenti ed ossessivi o comprensivi fino all’ eccesso o altrettanto dai professori, interessanti o no, coinvolgenti o no, severi o lassisti, giovani o anziani. Nessuno di loro conta, é un non-problema.
La scuola è il mondo e il mondo comprende gli amici e le amicizie, differenti ma sempre abbondanti anche in vacanza, quando sono alternativi.
La scuola è un mondo pieno di ostacoli, rappresentati da chi si frappone tentando di rappresentare come importanti, temi e valori, conoscenze ed impegni, orari e vincoli o almeno tenta di farlo.
- Chi se ne frega delle note e delle sospensioni: fanno parte del divertimento. 
- I genitori per un pò rompono poi si abituano.
- Io sono brava e prendo bei voti che cosa vogliono ancora da me?
- É brutto dover sottostare a una tirannia ingiustificata.
I ragazzi spesso, al vuoto distratto presente in famiglia, sommano un altro vuoto presente a scuola: quello pedagogico.
La scuola è il metodo e il tentativo della società di ingabbiare l’estro, indottrinare e avviare su percorsi noti e certi e definiti, gli interessi dei ragazzi. Credere, Obbedire, Competere! Il metodo è noto: Montessori docet! Tirannide di una cultura troppo spesso incartapecorita, potere dei mediocri (statali con mentalità da parastatali). Tirannide senza specificazioni.
La scuola impone regole e richiede, maldestramente, il loro rispetto non la loro condivisione.
Sono loro, gli adolescenti, studenti, discenti, il nostro futuro? Allora devono trasformarsi in utenti, consumatori paganti di servizi utili a noi. A Noi che attualmente siamo al potere e per garantire il nostro futuro come estensione del nostro presente. 
Cosa rimane al branco esuberante ripieno di ormoni ribollenti? 
- È brutto finire la scuola perché è là che rimangono gli amici.

È uno scotto da pagare, un percorso obbligato e alla fine quando pare ormai pagato, sappiate ragazzi che ben altro si profila sulla vostra linea di vita e allora ricorderete solo le cose belle degli anni dell’adolescenza.

Antonio Balzani

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Ambiente e pubblicità, società e democrazia.

Senza pubblicità non c’è informazione. E un dato di fatto. Ma la pubblicità è o meglio è ancora, uno strumento utile per il consumatore? Qualcosa, se è pubblicizzato è socialmente rilevante perché qualcuno spende per pubblicizzarlo.

Il valore delle cose è determinato solo dal prezzo di vendita? E quello di un simbolo?

L’obiettivo della pubblicità odierna è esclusivamente di valorizzare una marca specifica di prodotti simili. La firma.

L'informazione è ancora e sempre più funzione del potere dei produttori e non certamente derivazione diretta della libera scelta consapevole, in una società democratica, in quanto occorre superare pregiudizi e discussioni relativamente alla salute delle persone o dell’ambiente e anche sugli effetti, in ogni caso globali, dello lo spreco di risorse e i danni ambientali.

Una evoluzione fondamentale della specie umana, una evoluzione sociale, linguistica ed informativa: una evoluzione storica.

 

 

La pubblicità non deve offendere la dignità della persona, non deve evocare discriminazioni di razza, sesso e nazionalità, non deve offendere convinzioni religiose e ideali e non deve indurre a comportamenti pregiudizievoli per la salute e per l’ambiente. È legge.

La pubblicità costa molto, ancora più di ieri perché oggi, per vendere merci di sempre minor costo, prodotte freneticamente dal sistema industriale incurante dello sperpero di risorse naturali, prodotti inquinanti quando non decisamente inquinati, si deve ricorrere alla bellezza artistica dello spot oltre che ai consueti binomi di richiamo simbolo di appartenenza ad uno status sociale superiore: bellezza – sfarzo e sesso - piacere, opportunamente miscelati tra loro.

Ne derivano intere categorie di esclusi, considerato che viviamo in una società caratterizzata dall’ immagine.

Handicap e colore della pelle o appartenenza razziale sono utilizzati raramente e solo se individuano doti riconosciute e note di atletica sportiva, bellezza, potere o immagini esotiche.

É possibile qualche volta trovarle, quando l’handicap è solo una condizione normale degli anziani con riduzione dell’udito o del movimento, in spot a forte contenuto tecnico che ne viene esaltato.

La pubblicità offre sempre messaggi a forte contenuto utilitaristico.

La pubblicità è una scienza.

Le regole di tecnica pubblicitaria sono state fissate da Stach nel 1925:

il messaggio deve possedere

1.  attrattiva: deve essere visto.

2. leggibilità: molti annunci sono semplicemente guardati ma non osservati attentamente, dunque devono contenere qualcosa di leggibile in ogni caso.

3. credibilità: un buon annuncio deve convincere l'acquirente.

4. veridicità: non deve essere discutibile ciò che promette cioè il minimo possibile e dimostrabile.

5. ricordabilità: il messaggio deve essere ricordato.

6. induttività: deve spingere il consumatore ad agire comprando il prodotto reclamizzato.

Rendere noto dovrebbe essere il senso dello Spot (uno dei primi termini stranieri entrati nella lingua comune).

Lo spot dovrebbe limitarsi a illustrare le caratteristiche del prodotto lasciando al consumatore la libertà di acquistarlo, oppure deve far di tutto per dimostrare che un prodotto è migliore di un altro o che deve assolutamente entrare a far parte della nostra dotazione sociale?

La pubblicità influenza i comportamenti e gli stili di vita, uniforma e standardizza i gruppi sociali e modifica radicalmente la lingua comune. Dalla pubblicità nasce una Nuova Neolingua e di conseguenza si sviluppa una nuova Neo cultura.

Possiamo etichettarle come culture da supermercato da affiancare a quella da Bar? Oggi certo non si parla più come ieri.

Il gergo, fantasioso ed enfatico inventato e proposto dalla pubblicità, modifica la lingua corrente.

I giovanissimi e poi anche in meno giovani, utilizzano nel parlare quotidiano gli slogan e le battute che si sono dimostrate più efficaci. O così o Pomì. Sciccosa, Risparmiosa, Scattosa. Il metano ti dà una mano. Etc.

I giovanissimi dopo le donne, sono il bersaglio attualmente preferito: consumano e molto, influenzano e motivano le spese dei genitori. I bambini e i ragazzini amano la pubblicità. I genitori ne apprezzano l’artistica composizione, la colonna musicale, subendola pressoché passivamente mentre loro, i ragazzi, ne ricavano i semplici e concreti contenuti proposti.

La pubblicità, con il suo corollario di slogan, effetti, suoni, immagini, è oggi alla base della comunicazione, sia sociale che interpersonale.

La pubblicità interagisce imponendo nuovi valori per la quotidianità dei consumatori di ogni fascia di età. Influenza i comportamenti, la capacità di scelta, lo spirito critico di noi tutti.

Gli americani, massimi esperti di pubblicità sono giunti a farne alla pubblicità stessa, coniando a fine secolo, appena prima della crisi, un famoso e sempre riproposto quanto demagogico slogan: quando la pubblicità fa bene il suo lavoro, milioni di persone mantengono il proprio.

Probabilmente e più certo è che quando la pubblicità fa il suo lavoro, “almeno” i milioni di pubblicitari mantengono il proprio posto.

L’analisi critica della pubblicità è sempre fatta da esperti pubblicitari e il risultato che deriva da convegni e simposi è sempre quello: che una maggior pubblicità induce più consumo e dunque produce posti di lavoro. La pubblicità è dunque è indispensabile.

Quando l'economia italiana era ancora rurale e artigianale, l’agglomerazione sociale era maggiormente dispersa, i consumatori conoscevano la maggior parte dei prodotti esistenti; di quelli, conoscevano i pregi e alcuni difetti; incontravano poche nuove proposte innovative ed avevano il tempo di valutarle. Prodotti utili o necessari.

Oggi i prodotti sono tantissimi, simili e in concorrenza tra loro. Chi consuma non sa più cosa compra e questo perché chi vende non è più chi produce.

Senza pubblicità non c’è informazione. È  un dato di fatto. Ma la pubblicità è o meglio è ancora uno strumento utile per il consumatore?

L’evoluzione sociale, linguistica ed informativa associata alla diffusione tecnologica fa intravvedere l’accantonamento di una forma di cultura e di sapere astratti, scolastici, che usa i libri ed è di lenta difficile acquisizione, (la scuola si aggiornerà prima o poi? Forse quando gli insegnanti e il personale sapranno davvero utilizzare i computer’s).

Non c’è più tempo per il metodo; le soluzioni si raggiungono con l’intuizione, per questo motivo nessun genitore può competere col figlio ad un videogioco.

Un nuovo sapere di rapida acquisizione, fondato su certezze condivise e scientificamente sicure  almeno in apparenza (lo dice la televisione, lo sostiene la comunità scientifica (?), lo affermano su facebook, lo sanno tutti).

Il vecchio modo di apprendere appare relegato alle aule scolastiche la cui frequenza è pur obbligatoria e certamente insostituibile; è quantomeno noioso e fornisce ai giovani solo incertezze da superare gradualmente.

È una evoluzione fondamentale della specie umana, una evoluzione sociale, una evoluzione storica.

L'industria, in particolare quella chimico e agro -alimentare, sta sostituendo gli alimenti con cibi e prodotti semisintetici, la cui produzione richiede dispendio di energia, uso di  materiali e risorse: dai pesticidi agli antibiotici, dagli imballaggi ai trasporti; finanzia ed usa la ricerca e anche manipolazioni genetiche, il tutto fonte quantomeno di pregiudizi e discussioni sulla loro azione, relativamente alla salute delle persone o dell’ambiente e anche lo spreco di risorse e i danni ambientali con effetti, in ogni caso, globali. (Impronta Ecologica).

La globalizzazione del commercio, lo sviluppo tecnologico, l’automazione spinta, provocano da una parte una crisi nel mondo del lavoro e dall’altra situazioni di sfruttamento intensivo. Ma anche decisi miglioramenti locali.

Il tutto è sostenuto dalla pubblicità per indurre nuovi bisogni consumistici e secondari.

Nel 1975 si stimava in Italia un costo per la pubblicità di circa 500 miliardi di lire (250 milioni di euro) per anno.

Nel 1997 le stime indicavano circa 23.000 miliardi di lire. Un chiaro indicatore del boom economico del periodo e sono decisamente aumentati, in modo sproporzionato, pur senza che continuasse il boom! Chissà quanto vale oggi?

La pubblicità era una spesa sostenuta dalle aziende per incrementare le vendite.

Oggi il consumatore paga lo spropositato costo informativo, contribuendo ad incrementare non la qualità dei prodotti ma il valore commerciale (immagine) delle imprese produttrici. Il mercato delle firme. La valorizzazione dei Brand.

Per produrre made in Itay si lavora in asia, ma ciò che conta è il marchio, forse una volta italiano: quello che vende.

La pubblicità di oggi utilizza la televisione come canale preferenziale poiché per la TV, essa non rappresenta un costo puro ma un mezzo per ridurre i costi di programmazione dunque un investimento.

Ci si chiede ormai se i programmi prodotti siano al servizio della pubblicità o viceversa.

Di fatto più pubblicità contengono i programmi, meno costano al produttore televisivo.

Per i giornali invece la pubblicità rappresenta un costo tecnico concreto che per essere sostenuto produce un aumento del costo copia in vendita. Purtroppo, meno copie vendute, coincide con meno pubblicità offerta a sostegno dei costi.

É un percorso decisamente in discesa che si affianca al cambiamento culturale.

I gruppi sociali si formano soprattutto sulla base di quello che i membri, i pari, acquistano.

Se è pubblicizzato è socialmente rilevante perché qualcuno spende per pubblicizzarlo! I ragazzi interpretano gli spot pubblicitari come indicatori sociali anche se non credono ad una parola dei messaggi che utilizzano o non li capiscono.

I "temi" dei messaggi sono sempre quelli: ricorda il sapore d'antico, cambia la vita di casalinghe insoddisfatte, fornisce uno status sociale individuabile a colpo d’occhio.

Ci sono pochi contadini, vecchi malati, operai, poveri. Non ci sono problemi irrisolvibili.

Il modello di vita proposto a bambini, ragazzi, giovani, adulti, prevede famiglie felici, riduzione del lavoro a favore del divertimento, bambini paffuti, animali da compagnia che mangiano prodotti di alta cucina, famiglie radunate a tavola, prodotti dietetici e salutisti, manager prestigiosi. Un fondo emozionale, colori, ori, attori bellissimi, musiche.

Il nudo in pubblicità fa continuamente gridare alla dignità offesa per la sua strumentalizzazione a fini commerciali.

Si ancora ad un moralismo diffuso, demagogico e facile. Quindi funziona.

E le informazioni? Le semplici informazioni non differenziano prodotti simili e fanno correre il rischio di dire inesattezze. La pubblicità non dice mai bugie, dà solo informazioni corrette ma parziali e incomplete. Enfatizza e sottace.

Se il prodotto fossero patatine, forse transgeniche, fritte in olio forse sintetico (come per esempio quello denominato Olestra derivato dal poliestere) magari fabbricato da una multinazionale tra le tante del momento, che produce detersivi o cioccolata e poi insaporite con aromi derivati da culture batteriche di laboratorio, salate e zuccherate secondo una ricetta ottimizzata al gusto medio, quindi immerse in conservanti, probabilmente chimici, di origine rigorosamente sintetica e infine trasportate in terra, aria e mare, per migliaia di chilometri, pensateci un po’.

L’informazione completa costituirebbe un messaggio pubblicitario efficace? Chi lo pagherebbe?

Una bella impresa propagandare il concetto, attualmente fondamentale, di aumentare il benessere attraverso una riduzione complessiva dei consumi e contemporaneamente sostenere l’economia consumista. Si tirano in ballo l’ambiente e la sua conservazione.

Molti prodotti proposti al mercato sono utili, belli e ben fatti, ma non hanno niente di davvero diverso, di davvero migliore, rispetto a tanti altri simili. Quanti yogurt nutrienti, digeribili, appetitosi, economici e adatti ai bambini e alle donne, quanti shampoo o saponi che ridanno vita ai capelli o alla pelle morta o quanti dentifrici anticarie o medicinali di base, simili tra loro, esistono?

L’obiettivo della pubblicità odierna è esclusivamente di valorizzare una marca specifica di questi prodotti.

Il valore delle cose è determinato solo dal prezzo di vendita? E quello di un simbolo allora?

L'informazione è ancora e sempre più funzione del potere dei produttori e non certamente derivazione diretta della libera scelta, consapevole, in una società democratica.

 

Antonio Balzani

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Inceneritori verso discariche: come inquinare meglio?

Come liberarci dei rifiuti? Ciò che finisce di essere utile diviene inutile.

Fra poco sarà di nuovo tempo, come sempre, di elezioni amministrative e l’argomento sarà di nuovo al vertice delle propagande elettorali. Sarà meglio chiarirci prima di parlare ed anche il caso di ascoltare? 

Inquinare è una necessità, dove e come e perché, una scelta politica. La domanda sul come? Quanto è economica e a quanti conviene.

Tutti i prodotti di uso comune, per la normalità della vita, la nostra come quella dei popoli più arretrati, hanno una vita limitata.

Si rompono, si esauriscono, vengono superati e diventano obsoleti. L’utilizzo produce scarti. Diventano rifiuti.

Ed ecco il problema dei problemi.

Ho visto e vedo continuamente come voi immagini di strade e paesi, nel deserto, nelle periferie delle megalopoli, nelle campagne del nostro paese, negli oceani, ovunque: accumuli incontrollati ed abbandonati a sé stessi di scarti e rifiuti.

Ovunque si usa il fuoco per ridurne la massa e distruggerli. Ovunque la combustione a bassa temperatura genera fumi e sostanze inquinanti terribilmente aggressive e persistenti, tossiche, cancerogene, che si diffondono nell’aria che respiriamo, nelle acque che beviamo negli alimenti che mangiamo.

Una società civile, organizzata, evoluta, non potrebbe permetterselo. I rifiuti vanno posti sotto controllo, dalla produzione diretta al loro smaltimento adeguato.

Inutile indire le domeniche ecologiche senz’auto per ridurre le persistenze di particolato sottile oltre i limiti legislativi salvo che per costringere le persone a utilizzare mezzi pubblici, mal tenuti ed inquinanti, che permettono la visione panoramica di questi scempi ambientali.

Inutile se non per creare momenti di svago e di allontanamento dalle prassi di eccessivo utilizzo dei mezzi e delle risorse. Utili invece e certamente, per proporre momenti di riflessione e assaggi di vita alternativa, di presa di coscienza, per aumentare la perduta socializzazione e indurre consumi differenti in negozi e botteghe altrimenti destinati al fallimento.

Ma come liberarci dei rifiuti? Ciò che finisce di essere utile diviene inutile. Se possibile occorre ridurne la presenza prima che generi scarti, quando impossibile occorre valutare i modi di riutilizzare diversamente, per altri scopi e con altre funzioni, anche i prodotti e i componenti; quando ancora impossibile occorre riciclare, cioè trasformare i prodotti ed i componenti in altri a contenuto tecnico diverso ma di nuovo utilizzabili. Tutto però ha un limite, finisce prima o poi, si arriva al limite dell’utilizzo possibile.

Rimangono esclusivamente due possibilità: incenerirli, riutilizzandone ancora l’ultima frazione energetica o ammassarli magari ben selezionati, in grandi buchi ricoperti ed abbandonarli al loro destino cercando di limitarne l’azione derivante dall’ulteriore naturale degrado. Si portano e si accumulano in discarica, meglio altrove, nel giardino altrui, lontano dagli occhi.

Parliamo della raccolta differenziata: grande idea che permette di attuare le prime due opzioni, anzi solo una per la verità: il riciclo.

Carta e plastica, vetro e metalli, sostanza organica putrescibile, sono i componenti principali dei rifiuti.

Ammesso e non concesso che si possano raggiungere effettivamente e ovunque, i risultati di raccolta differenziata al 70% e oltre, con la collaborazione attiva e consapevole di buoni e industriosi cittadini, non si può prescindere dal ritrovare in questi grandi ammassi differenziati circa il 15 % di “contaminanti” cioè  di cose che non c’entrano con la tipologia richiesta.

Carta con plastica, vetro con plastica, metalli con plastica e tutti con componenti organiche residue.

É facile stimare almeno un 5-6% della loro presenza. Stiamo parlando di milioni di tonnellate, di montagne di rifiuti e dunque di montagne di questi contaminanti indifferenziati, nel caso migliore.

Ovviamente prima di ogni possibile trattamento di riciclo le raccolte vanno ripulite quindi occorre che vengano trasportate presso grandi centri tecnologici privati, in grado di perfezionare il processo di separazione, guadagnandoci.

Una buona materia prima di derivazione del rifiuto è un valore economicamente rilevante. I rifiuti si comprano, non si producono appositamente.

Per questo motivo esistono aziende che ne fanno un lavoro e per questo stesso motivo, se voi tentaste di riprendervi o di portare autonomamente al centro il vostro scarto differenziato, non riuscireste o commettereste un reato: furto di una proprietà comunale.

Si signori, i comuni vi fanno pagare le tasse per il servizio di raccolta e questa vendono, non regalano, ai centri privati di affinamento, guadagnando o almeno recuperando parte delle spese.

Il centro non è interessato ai vostri piccoli contributi e rubereste o ridurreste il lecito guadagno derivante dalla vendita delle grandi raccolte. Le tasse servono per pagare lo smaltimento.

Una parte, solo una parte evidentemente di queste tasse, le anticipiamo già tutti quanti al momento dell’acquisto perché le merci sono gravate del contributo allo smaltimento già al momento dell’acquisto. Quelle che paghiamo poi ai comuni sono quanto manca al completamento dell’opera.

Il riciclo della carta per esempio: pur differenziata, è un processo talmente inquinante e costoso che si preferisce venderla ai cinesi che poi ce la ridanno come riciclata. Spostiamo il problema. Non esistono quasi più, in Italia, cartiere che producano carta monocolore o per alimentari, dalle raccolte di carta o stracci. Rimangono solo quelle che producono i “coriandoli” ed i cartoni, cioè carte a basso valore aggiunto. La carta riciclata è economica? In effetti potremmo porci qualche domanda per scoprire che probabilmente costa più di quella prodotta nuova nuova, dagli alberi svedesi coltivati apposta e certamente molto di più di quello che costerebbe produrla dalla canapa che una volta, prima dell’avvento del perbenismo proibizionista, era una coltura leader del paese, il nostro paese.

Potremmo scoprire inoltre che essendo stata a contatto con la plastica risulta comunque inquinata da suoi componenti residuali, molto poco salutari e reimmessi tranquillamente in circolazione.

Esaminiamo allora la discarica o meglio: impianto di interramento controllato di rifiuti.

La terra dei fuochi è un esempio e non certamente l’unico che la mia memoria ricorda, di malagestione.

Semplici cave di pietra esaurite, meglio se imboscate in luoghi difficilmente accessibili e visibili, in montagna e immerse nei boschi, dove fabbriche non ci sono, o quando ci sono e sono dismesse che vengono riempite di rifiuti. E Dio ci scampi se non è così, almeno selezionati, a basso contenuto organico putrefacibile.

Questo genere di discariche, è il termine più realistico, inquina per almeno duecento anni percolando i suoi residui tossici e velenosi nei terreni nelle falde acquifere, prima di degradare naturalmente a condizioni di inerzia chimica. 

Un impianto di interramento controllato, e  per fortuna anche questi ci sono, deve prevedere un fondo impermeabile opportunamente drenato, vasche di raccolta dei percolati, pericolosissimi, da ritrattare in altri appositi impianti di smaltimento, sistemi di captazione del metano prodotto dalle pur ridotta quantità di organico presente anche nei materiali più accuratamente selezionati, il suo controllo e smaltimento (semplici torce di combustione per la sicurezza: questi impianti non ne producono abbastanza di metano, altrimenti sarebbero piene di cogeneratori). Occorrono controlli di qualità all’ingresso dei carichi, prima dell’accettazione con respingimento di quelli che non rispettano gli standard imposti: ma chi osa e respinge carichi che hanno viaggiato per chilometri, a costi altissimi, magari su camion di malavitosi?

Occorrono tappeti di separazione e impermeabilizzazione delle superfici, strato per strato, occorrono vasche di contenimento e separazione, occorre manutenzione e sorveglianza continua, monitoraggi analitici costosi, occorrono strade, soggette a manutenzione costante perché vengono malridotte dal continuo passare dei mezzi pesanti e vanno mantenute, altrimenti, a spese dei comuni.

Occorrono solidi (economicamente) gestori, in rado di accollarsi questi costi e di dimostrarne in modo formale e trasparente il controllo. Se non sopportano o rifiutano i costi falliscono e l’onere ricade sui comuni e sui cittadini.

Quel poco che lasciano ai comuni poveri che li ospitano, avrebbe costi altissimi per tutti, in caso di fallimento.

Di fatto è questa la realtà. La stragrande maggioranza delle discariche esistenti risultano buchi ripieni di porcherie per la gioia di chi ne gestisce i traffici e le pene di chi ne subisce e ne subirà certamente le conseguenze. L’acqua e i terreni ne risultano irreparabilmente contaminati.

Il controllo e la prevenzione sono pressoché impossibili da fare in modo efficace.

Quando si scopre un sito non idoneo ed inquinato? Lo si sequestra e si lascia a sé stesso per i prossimi decenni. Alla faccia della protezione dell’ambiente e della salute.

Ma gli inceneritori inquinano!  Producono polveri sottili e noi le respiriamo? Si è vero, producono particelle di diametro piccolissimo (PM 2,5) che rimangono sospese ed equamente disperse nell’aria ad opera dei venti: non sono abbattute dalla pioggia, come pure i pollini e le spore vegetali.

La combustione ad altissime temperature permette però di ridurre quasi a zero l’emissione di sostanze cancerogene, non aumenta le PM10 (lo smog) che sono substrato di germi e batteri oltre che spesso loro stesse mutagene e cancerogene, derivando queste invece dalle combustioni normali, dal riscaldamento dagli incendi e dai motori delle auto. Ciò e possibile perché i filtri di cui sono dotati gli impianti le fermano. Producono contributi comunque inferiori o paragonabili a quelli di autostrade e tangenziali. Sono sempre posti nei pressi delle città, visibili e controllabili facilmente.

I forni inceneritori non sono innocui ma sono impianti visibili, posti in prossimità delle zone di produzione, costosi, tecnologici e quindi soggetti al miglioramento che lo sviluppo delle tecnologie permette; sono facili da controllare in ogni aspetto del processo industriale. Si possono spegnere se non più adeguati.

Sono redditizi per chi li utilizza e che produce energia (alternativa) dalla combustione dei residui.

Dal calore prodotto, di valore secondario rispetto l’energia elettrica che è il prodotto primario, si può comunque ottenere il teleriscaldamento, costoso ancora ma benefico per l’ambiente sostituendo caldaie obsolete.

Ancora tecnologia, costi elevati ma miglioramenti continui e possibili.

Se l’unico limite che venisse loro imposto per moderarne le dimensioni locali fosse l’energia prodotta, potrebbero bruciare praticamente ogni cosa ma invece vengono regolati con le tonnellate di rifiuto trattabili per anno.

Ovviamente per avere la massima resa possibile con i quantitativi imposti bruceranno solo materiali ad elevato contenuto energetico residuo, la plastica, lasciando a noi tutto il resto. Così anche le discariche potranno continuare ad esistere e prosperare.

Ma gli impianti di interramento controllato non servirebbero comunque per posare le ceneri prodotte, altamente inquinanti?

É vero, ma è anche vero che servirebbero impianti di ridotte dimensioni facili anche se costosi, da gestire e controllare alla luce del sole.

Mi chiedo allora e lo chiedo ai detrattori dell’incenerimento controllato con recupero e riutilizzo dell’ultima energia possibile contenuta negli scarti, non altrimenti ed ulteriormente trattabili: meglio un sistema trasparente e costoso ma efficace ed efficiente, controllabile e migliorabile nel tempo, per il quale basta schiacciare un interruttore per spegnerlo e disattivarlo se non è possibile migliorarlo, un sistema con alcune ricadute usualmente negative sull’ambiente ma tanti fattori di positività a compensazione, oppure molte discariche fortemente inquinanti sul lungo periodo e impossibili da bonificare quando inadeguate, per le quali risulta impossibile determinare e ridurre i danni recati in modo permanente all’ambiente e alla salute delle persone? Impianti che se una cosa hanno mostrato nel tempo di avere in comune è di essere fertile terreno per il malaffare.

Inquinare è una necessità, dove e come e perché una scelta politica. Quanto e come? Una scelta economica.

Cambiare una cultura ed eliminare o ridurre gli scarti! Per quanto sia una strada assolutamente da seguire è più semplice e risolutiva? Quanto tempo richiede?

Fra poco sarà di nuovo tempo di elezioni amministrative e l’argomento sarà di nuovo al vertice delle propagande elettorali. Sarà meglio chiarirci prima di parlare ed anche forse il caso di ascoltare?

Antonio Balzani

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